Logan - The Wolverine, la recensione del film
Abbiamo visto in anteprima Logan, il film di James Mangold che chiude la saga cinematografica di Wolverine
Alpinista, insegnante di Lettere, appassionato di quasi ogni forma di narrazione. Legge e mangia di tutto. Bravissimo a fare il risotto. Fa il pesto col mortaio, ora.
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Fino a Logan. James Mangold ce l'ha fatta: ha regalato a Jackman - sempre ammirevole nell'interpretare Wolverine con l'amore per un personaggio storico e il rispetto per il ruolo che l'ha fatto diventare una stella - un film davvero notevole con cui chiudere il cerchio, mettere la parola fine e salutare tutti quanti. E Logan, dicevamo, è vecchio. Si fa chiamare James Howlett, il suo vero nome, quasi a testimoniare che la carriera da giustiziere sia finita. Fa l'autista di limousine fra Messico e Stati Uniti, a portare in giro ragazzini viziati, frotte di donne da addio al nubilato, clienti danarosi. Nel 2029, il mondo sembra più o meno lo stesso, solo più inospitale, più cinico e più cattivo. Il futuro non è mai arrivato. Del resto, è il passato che conta per Logan, la sua ossessione principale.
Quella di Logan è una vita di rimpianti e di dolore, ma tutto sommato tranquilla, finché non arriva Laura. E Laura è X-23, come è chiaro dai trailer del film che tutti quanti avrete visto. Laura è sua figlia genetica, dotata dei suoi stessi poteri. Una bambina creata in laboratorio da persone che vengono da quel passato che Logan credeva di essersi lasciato indietro. E anche lei va protetta. Come sei vecchio, Logan, e come ti mancano le forze per salvare i giovani, riscattare il passato, saldare i tuoi debiti con chi ti ha voluto bene e mostrare, forse, il tuo lato più umano nell'ultima occasione che ti è concessa per farlo.
Il film è potente, violento senza chiedere mai scusaIl film è potente, violento senza chiedere mai scusa. Da questo punto di vista, è il fratello maggiore, più cinico e arrabbiato, di Deadpool, che risulta sorpassato dalla brutalità della pellicola di James Mangold. Asciuttissimo, mette in scena un'azione tosta e frenetica, assolutamente terra terra e quasi sempre realistica. Le sensazioni che il secondo trailer regalava, con un po' di amaro in bocca, sono del tutto smentite. Qui non si scherza, non c'è granché spazio per i fronzoli, la violenza fa male e colpisce duro. Anche con momenti mediamente disturbanti, visto che c'è spesso una bambina, al centro dell'azione. E senza esclusione di colpi.
Ma ancor più importante è il tema del dolore. Tutti soffrono in Logan e la sofferenza ha sempre radici profonde, evidenti e visibili. Bravissimo Jackman a rappresentare un Wolverine preda del male fisico, interiore e psicologico assieme, un ritratto sbiadito di se stesso, un uomo piegato ma ancora memore della propria forza, un eroe riluttante e ferito. Così come è commovente l'interpretazione di Patrick Stewart, anche lui perfetto nel regalarci un Professor X che mostra tutti i segni dell'età. E poi c'è Laura, la giovane Dafne Keen, che fa tutto quel che serve per conquistarci. C'è spazio persino per l'umorismo, spesso affidato a uno Xavier che fa tenerezza, perfetto contraltare di un Wolverine spaventato e rabbioso, granitico nella sua ostinazione, che ci fa bruciare ancora di più le ferite lasciateci dal film, senza retorica, senza alleggerimento della tensione.
Quanto è Vecchio Logan. Proprio come in un fumetto di Mark Millar e Steve McNiven, che si fa sentire nella definizione conclusiva di questo personaggio, la cui epica finisce, in qualche modo, senza mitizzazione, con un film che lo trascina nella polvere per renderlo finalmente grande anche sullo schermo. Ci fa molto piacere che sia un Logan anziano, dopo tanti anni di cinecomic e in una fase in cui il genere è da più parti accusato di stanchezza, a brillare, finalmente. E a farlo in maniera, asciutta, onesta, senza bisogno di chiedere scusa. Proprio come meritava.