Louis Armstrong: Black & Blues, la recensione
La nostra recensione di Louis Armstrong: Black & Blues, documentario diretto da Sacha Jenkins e presentato alla Festa del Cinema di Roma
La recensione di Louis Armstrong: Black & Blues, presentato alla Festa del Cinema di Roma
Con Louis Armstrong: Black & Blues il documentarista Sacha Jenkins costruisce un vero e proprio universo-Armstrong dove gli elementi della vita di “Satchmo”, trombettista e cantante leggendario, si fanno suggestioni per immagini (i pezzi sparsi di giornali che intervallano le fasi di racconto) e spunti narrativi che costruiscono un’immagine di Armstrong di talento enorme, sommessamente tormentato, sempre in bilico tra la sua immensa popolarità presso il grande pubblico e una blackness che sarà per lui non un limite ma una qualità con cui ha sempre dovuto misurare i suoi gesti pubblici e le sue decisioni lavorative.
Sacha Jenkins racconta brillantemente Armstrong da diversi punti di vista, da quello ovviamente strettamente biografico a quello musicale: non si va mai troppo nello specifico musicale del jazz e della sua particolare performatività, ma ci sono comunque riflessioni come quella sullo scat o su come abbia esteso la gamma sonora della tromba e innovato le tecniche di improvvisazione che in pochissime parole rendono chiara la misura della sua grandezza.
Di pure “chicche” in Louis Armstrong: Black & Blues ce ne sono anche: per esempio quando vengono mostrate le uniche immagini esistenti di sue registrazioni in studio, o le sue lettere personali, oltre all'infinito repertorio. Attraverso una narrazione dove non ci sono “teste parlanti” ma un tappeto sonoro di commenti di musicisti e studiosi e di Armstrong stesso che parla in prima persona attraverso immagini d’archivio e nastri (perché Armstrong registrava e annotava qualsiasi cosa), Louis Armstrong: Black & Blues diventa un documentario non solo fluido e magnetico, ma pieno di stimoli e originale.
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