Mandibules, la recensione | Venezia 77
Per la prima volta Mandibules attenua la vena astratta di Dupieux, riporta il suo umorismo sulla terra e trova finalmente una forma di efficacia
Mandibules è un passo verso il classico, uno che Dupieux fa per la prima volta e che lo porta in un reame di umorismo un filo più convenzionale e forse anche per questo più ampio e vicino ad un pubblico maggiore dei soli appassionati. Mettendo insieme due idioti simili a quelli di Scemo e più scemo, in un mondo cinico e indifferente di assurdità che sembrano uscire da un film dei fratelli Coen (l’anziano e ricco che indossa una dentiera di diamanti sembra uscito da un loro film) stavolta Dupieux si avvicina al territorio di Delepine e Kervern, coppia autrice di Louise Michel e Mammuth, icone dell’umorismo anarchico, politico e letteralmente devastante. Ad essere però onesti riesce a ricordarli solo alla lontana.
Così il film riesce ad essere convincente solo quando scende a livelli più convenzionali, lavorando sui due protagonisti e il loro rapporto (il gesto di approvazione “toro” è una gag ricorrente molto classica ma davvero esilarante) o quando rifà a modo suo classici della comicità (la fuga della mosca appena liberata).
Quella autenticità da sconfitti che permea moltissimo cinema comico più radicale (Jared Hess o il geniale Antonin Peretjatko ne sono esponenti tra i molti) è evidente che sta anche in questo film ma non ha mai quell’evidenza, quella pregnanza e quella chiarezza che ha invece altrove.
Sicuramente è personale e soggettiva la capacità di Mandibules di far ridere. Talmente peculiari sono i suoi tempi e le sue scelte da essere insindacabile l’esito. Ciò che invece si può commentare è la fatica che fa a trovare un senso nei suoi film volutamente senza senso.