Master, la recensione
La storia di tre donne afroamericane è il racconto del passato razzista sepolto che è pronto ad emergere come l'ipocrisia dei bianchi post-razzisti
Il dettaglio più rivelatore di Master arriva quando scopriamo che la protagonista (afroamericana) sì è stirata i caratteristici capelli crespi che invece avrebbe, una volta entrata in un college noto per essere frequentato quasi solo da bianchi. Voleva integrarsi e aveva paura di sembrare troppo afro. Lì sì capisce come a Master non interessi per niente l’effettiva paura, non gli interessa fare bene l’horror e anche la maniera in cui mette in relazione vittima, persecuzione e apparizioni, è generica se raffrontata all’impianto invece formalmente curatissimo che domina in tutte le sue altre parti. È semmai un "afro-horror", quel genere reso famoso (e di moda) da Jordan Peele, in cui la condizione degli afroamericani in un mondo post-razzista (quello in cui la dinamiche soggioganti tra etnie non sono scomparse ma sono nascoste) è raccontata attraverso una trama fantastica che fa da metafora alle reali oppressioni.
Le donne sono 3: una studentessa appena arrivata in un college rinomato per essere quasi totalmente bianco che si confronta con una maledizione (nella sua stanza decenni fa è morta una persona); una professoressa di letteratura molto concentrata sulle questioni razziali che sta per diventare di ruolo (ma qualcosa nel suo passato potrebbe impedirglielo); un’altra docente che invece ha da poco assunto un ruolo più importante e di rilievo e per questo si è trasferita a vivere nel college, in un’abitazione che nasconde molto nel suo passato.
Come è evidente (e come spesso avviene nell’afro-horror) è proprio il passato razzista dell’America è il sommerso nascosto che riemerge assieme alle dinamiche di paura, ci sono colpe ataviche malsepolte che vengono scoperte e sono la metafora di un razzismo che oggi la società nasconde altrettanto male dietro la patina di inclusività. Non a caso anche qui i molti bianchi che interagiscono con le protagoniste sono democratici e hanno moltissimo a cuore l’inclusività ma questa è solo un’altra forma più lieve e ipocrita di sfruttamento. Che poi questa dinamica tra colpe passate e situazioni presenti non è diversa da quella con cui Edgar Wright parlava della posizione della donna in Ultima notte a Soho, è la maniera con la quale oggi sì fanno i conti con le cose fatte in passato e gli strascichi che rimangono.
In fondo è una storia di successo di tre donne (la studentessa è estremamente brillante) e delle difficoltà delle donne afroamericane a gestire una situazione di successo in una società che finge di promuoverlo. Il tema politico che spesso l’horror veicola sottotraccia qui è così esposto che alla fine, per stare tutti sicuri, viene sparato per bene in un monologone che possa essere compreso anche sul divano più distratto: “Non è un fantasma, non è sovrannaturale, è l’America!” si dirà ad un certo punto di avvenimenti sovrannaturali per spiegare che sono una metafora e ancora “Non può andartene. Ti seguirà!”, come lo sguardo dei bianchi e il loro atteggiamento segue le protagoniste.