Mickey's Craziest Adventures, la recensione
Mickey's Craziest Adventures di Trondheim e Keramidas è il primo volume della Disney Comics Collection
Carlo Alberto Montori nasce a Bologna all'età di 0 anni. Da allora si nutre di storie: lettore, spettatore, ascoltatore, attore, regista, scrittore.

Grazie a Giunti arrivano in Italia i volumi della collana Disney Comics Collection, nei quali apprezzati fumettisti francesi si cimentano per la prima volta con topi e paperi realizzando storie inedite fornendo una reinterpretazione personale. La prima uscita di questa collana è Mickey's Craziest Adventures, scritto da Lewis Trondheim e disegnato da Nicolas Keramidas, presentato come un vecchio fumetto ritrovato.
L'espediente del finto ritrovamento non è certo una trovata inedita, ma viene portata avanti con alcune soluzioni grafiche che simulano pagine rovinate e addirittura bordi strappati. Ma questo stratagemma è soprattutto alla base del meccanismo narrativo in grado di ricreare la sensazione di leggere uno di quei fumetti in cui un'unica storia viene sviluppata con puntate da una tavola, con tanto di immancabile battuta finale.
A volte l'autore gioca spudoratamente con questi eventi non mostrati, ma più che un sorriso tale soluzione fa scaturire un pizzico di fastidio per i momenti cruciali che sono stati omessi dal racconto e avremmo voluto vedere.
Parlando di fumetti con protagonista Topolino portati avanti al ritmo di una pagina alla volta, viene subito da pensare a Floyd Gottfredson, ma Mickey's Craziest Adventures è qualcosa di differente: sacrifica una trama omogenea a favore di un ritmo forsennato e un'elevata varietà di situazioni.
È facile comprendere che, con il susseguirsi di tutte queste location in meno di 50 pagine, la vicenda sia più portata a sorprendere per la quantità di elementi messi in gioco, lasciando poco spazio a uno sviluppo approfondito dei personaggi e a ciò che si trovano a vivere.
La colorazione di Brigitte Findakly trova un buon equilibrio tra fumetto d'epoca e moderno, riuscendo a mantenere credibile il fatto che si tratti di un prodotto risalente agli anni '60 senza però appesantire la fruizione di un lettore moderno.
Lo stesso purtroppo non si può dire dell'effetto di stampa puntinato: una texture riproposta in ogni tavola di cui avremmo fatto volentieri a meno per apprezzare al meglio i disegni.

