Il migliore dei mondi, la recensione
Nella storia di un uomo in un universo in cui la tecnologia si è fermata nel 1999 Il migliore dei mondi trova un'idea complicata di nostalgia
La recensione di Il migliore dei mondi, disponibile su Prime Video dal 17 novembre
Il migliore dei mondi, il suo terzo film, mette insieme tutto questo. È la storia di un uomo che fa una vita piena di tecnologia che a un certo punto si ritrova catapultato in un presente alternativo nel quale la tecnologia è rimasta quella del 1999 (perché il millennium bug è avvenuto come si temeva e il mondo ha deciso di bloccare l’avanzamento tecnologico). È un film di Maccio Capatonda e quindi, come sempre, ha una maniera molto intelligente di essere scemo (è anche scritto e stavolta pure diretto dai suoi collaboratori abituali Danilo Carlani e Alessio Dogana). Il suo spunto molto spiccio che costringe una persona moderna a essere messa a contatto con un complesso di tecnologie oggi antiquate, quelle nelle quali gli altri vedono possibilità e invece lui vede limiti, è una maniera per fomentare una storia d’amore, ma anche un modo, a un certo punto per parlare di tecnologia in sé.
Verso la fine del film entra in gioco un personaggio che è meglio non rivelare, un grande nome internazionale che con una trovata molto intelligente ma anche completamente idiota vive in Italia, e comincia a essere chiaro che Il migliore dei mondi non sia assolutamente quello in cui è finito il protagonista. Nonostante lì abbia trovato l’amore che aveva rifiutato nel suo di mondo. E il film, che è il più quieto e il più “normalizzato” tra quelli di Maccio Capatonda, comincia a cambiare.