Monica, la recensione
La storia di un rapporto che viene ricreato da zero a partire da una nuova identità, che non ha niente per dialogare con lo spettatore
La recensione di Monica di Andrea Pallaoro, in concorso al Festival di Venezia
Certo, se non altro rispetto ad Hannah (il terribile film precedente), qui c’è un’idea: la storia di una donna trans che sta accanto ad un genitore morente, elaborando ciò che accade ma senza rivelarsi. La madre nei suoi ultimi giorni non sa che Monica è diventata donna, pensa sia una persona che la accudisce. Così, come un’amante che non può amare alla luce del giorno, senza rivelarsi ed in incognito, la protagonista sviluppa quasi un nuovo rapporto con la madre, uno più in armonia con la nuova identità, fatto di silente accettazione sentimentale.
Se concettualmente l’impianto sarebbe forte, troppo annacquato e troppo languido è Monica per venire a smuovere qualche cuore, per suggerire qualcosa di più delle sue interminabili scene. Non sì può davvero reggere un film intero su uno strato così esile, anche se la fattura è di prim’ordine e l’impianto visivo è molto curato, anche se è chiaro che Pallaoro ha letto il manuale del cinema d’autore italiano e ha ottemperato a tutti i punti richiesti per ottenere la convalida e il bollino. In realtà fare così non è diverso da reggere una commedia su un un paio di buone battute e uno spunto intrigante.