Gli orsi non esistono (No Bears), la recensione
Al quinto film dalla proibizione di girarne Panahi riprende ancora se stesso ma in un microcosmo in cui sostituire la videocamera al corano
La recensione di Gli orsi non esistono - No Bears, l'ultimo film di Jafar Panahi, presentato in concorso al Festival di Venezia
Lui però dall’Iran non vuole scappare, anche se è tentato e potrebbe. E quando in No Bears (in cui è protagonista nel ruolo di se stesso, come capita negli ultimi film), sarebbe lì lì per farlo, chiede dove sia esattamente il confine con la Turchia e gli viene risposto che praticamente ci sta sopra, allora tira indietro il piede di scatto, terrorizzato, spaventato all’idea di essersene andato o di essere così vicino a farlo. E torna indietro di fretta. Panahi non sconfina, resta in Iran.
In No Bears sta sui monti, isolato e ritirato, che guarda via collegamento internet precario le riprese di un suo film che si sta girando in città, cerca di dare indicazioni in tempo reale, ma non è facile. Intanto nel villaggio in cui è nascosto (nascosto per fare cinema!!) c’è una disputa e una foto che lui (forse) ha scattato potrebbe risolverla. Di nuovo viene messo a processo, anche in quel villaggetto, per quel che ha immortalato (o no). Tutto è grottesco chiaramente, una vecchia tradizione fatta di ipocrisia lo obbliga a compiere un giuramento. Tutto per le regole di questo paesino sembrano valere solo per lui e non per gli altri! Ed è pazzesco che anche lì Panahi, ostinato, pretenda di filmarsi, perché l’audiovisivo per lui è sempre l’unica vera risposta possibile, l’unica forma di verità. Quindi levano il corano e mettono la videocamera. Il video come soluzione ad un problema di immagini. E del resto che capacità dimostra di trasformare tutto, qualsiasi cosa, anche le più ordinarie e apparentemente casuali in cinema. Un tocco magico.