L'ombra di Caravaggio, la recensione
quanto bella nella sua realizzazione e nei suoi dettagli scenici viene schiacciata da tutto il resto.
La recensione di L’ombra di Caravaggio, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita il 3 novembre al cinema
Tutto molto giusto, sulla carta. Peccato però che L’ombra di Caravaggio non sappia come usare questi strumenti a sua disposizione, seguendo scolasticamente la sola cronologia storica senza tirarne fuori null’altro. Un film confusionario e annacquato nella scrittura e recitato con un’enfasi irreale da tutti i personaggi secondari.
Si parte in medias res, nella Napoli del 1609 quando il pittore Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (Riccardo Scamarcio) è nascosto dalla nobile famiglia Colonna mentre attende la grazia papale per aver commesso un omicidio. La sua è una vita volta al vizio e le sue opere, per quanto riconosciute da molti come meravigliose, sono osteggiate dalla Chiesa di Roma perché blasfeme. Caravaggio usa infatti modelli presi dalla strada, prostitute e poveri che sulla tela diventano santi, arcangeli e la Madonna, interpretando il Vangelo secondo una sua personale lettura: il sacro e il divino sono nel popolo, non nella Chiesa. Una cosa evidentemente inaccettabile per la Chiesa.
L’ombra di Caravaggio è un film dalla produzione plateale, abnorme e magniloquente che per quanto bella nella sua realizzazione e nei suoi dettagli scenici viene schiacciata da tutto il resto. Michele Placido salva il salvabile, crea delle buone dinamiche in scena (anche se esagera un tantino con i primi piani) ma anche il montaggio fa la sua parte in questa débacle, con un’effetto-accumulo laddove la semplicità, invece, sarebbe stata l’arma vincente.
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