Orange is the new black (prima stagione): la recensione
La recensione dello show di Netflix, un dramma carcerario al femminile che per certi versi ricorda OZ
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Perché Netflix lo scorso anno è stata senza dubbio rappresentata da House of Cards, e certamente anche la quarta attesissima stagione di Arrested Development si è presa la sua dose di attenzioni, ma non c'è davvero motivo per non permettere alla serie ideata da Jenji Kohan di godersi il suo momento sotto i riflettori. Orange is the new black, dramma al femminile, con le sue storie, i suoi caratteri, il suo piccolo universo colorato dell'arancione delle tute carcerarie e del nero della commedia oscura con cui vengono narrate, è decisamente un progetto da riscoprire e da seguire.
Oz era la genesi della HBO, e forse anche di un nuovo corso. Questo è un nuovo corso ancora, che inizia da qui e che, coincidenza o meno, passa ancora da un dramma carcerario. Ma Orange is the new black è davvero un dramma? Rispetto a OZ certamente di meno. È meno violento, meno "drammatico", si concede più spesso alla risata a denti stretti da black comedy, al godimento della trovata surreale, talmente fuoriposto pur nella sua drammaticità da scatenare l'effetto opposto e farci ridere, come quando la nostra protagonista Piper, in difficoltà nell'ambientarsi, commette una leggerezza imperdonabile. È il Tobias Beecher della nostra storia. Non è un caso che la sua vicenda, iniziata dopo il suo costituirsi per traffico di droga, si dipani attraverso lo smarrimento iniziale e ci racconti il suo ambientarsi con le altre prigioniere.
È a questo punto che la coralità della serie prende sempre più forma, legandosi alla struttura episodica e spaziando da una carcerata all'altra, senza perdere mai di vista il quadro generale ma andandoci di volta in volta a raccontare nuove storie. In OZ il legame, e unico momento di fuga dalla terribile realtà della prigione, era rappresentato dal personaggio di Augustus Hill, pronto anche lui a infrangere la quarta parete, dissociarsi dal proprio personaggio nella serie e raccontarci gli eventi da una prospettiva più sottile. In Orange is the new black una figura simile non esiste. E Piper in fondo non rinuncia mai completamente al suo ruolo di protagonista, e il suo continuo dialogare con l'esterno e con il fidanzato Larry (Jason Biggs), mantengono alta l'attenzione sul suo personaggio.
Proprio questa fusione tra commedia e dramma potrebbe dare qualche fastidio a chi si aspettasse un prodotto più crudo e diretto. In realtà sono quasi sorprendenti, una volta vista la prima stagione, le polemiche e le discussioni scatenate dall'elemento del lesbismo nella serie. Non si tratta di troppe scene, e francamente né il modo in cui vengono mostrate né il modo in cui sono integrate con lo show lascia spazio a polemiche e discussioni che, da questo punto di vista, appaiono o sterili o davvero insensate. Orange is the new black nonostante tutto è innanzitutto uno show godibile e molto meno "grave" di altre produzioni attuali.