Pedágio, la recensione
Dramma realista su un contesto di estrema povertà, Pedágio si smarca dal diventare discorso programmatico lavorando sui dettagli
La nostra recensione di Pedágio, presentato in Concorso alla Festa del Cinema di Roma 2023
Il film di Carolina Markowicz è quindi una chiara storia di denuncia di un mondo che ancora non accetta gli omossessuali, tale da permettere questo "corso" tenuto da un pastore che si atteggia da santone, ritratto in tutto il suo lato grottesco. Mezzo di sensibilizzazione verso una realtà lontana e pratiche aberranti ma purtoppo ancora presenti, attraverso uno svolgimento che sembra asservito al discorso portante, procedendo senza scossoni. Ma è nei dettagli che Pedagio trova il modo di smarcarsi dalla programmaticità.
Fondamentale è prima di tutto il ritratto della madre, lontana dall'essere un mostro da condannare. Il film, proprio attraverso la messa in scena che citavamo in apertura, rendendo chiaro da dove nasca il suo malcontento verso Tiquinho. La donna subisce infatti l'influenza delle persone intorno a lei, pieni di pregiudizi, e della situazione in cui si ritrova, in cui la povertà e una religione molto reazionaria giocano un ruolo fondamentale, tali da rendere difficile la vita a chi dichiara la propria omosessualità. Così, rimane intatto l'affetto che il genitore ha nei confronti del figlio: non c'è odio ma una relazione resa complessa da fattori esterni, trovando poi una parziale evoluzione sul finale. Significativa infatti un'immagine, dove in primo piano ci sarà la donna mentre il resto è sfocato: emblema che anche lei sta cambiando, trovando il modo di staccarsi da ciò che la circonda. La forza dei singoli che, almeno nella dimensione privata, ha la meglio.