Pen15 (prima stagione): la recensione
Le nostre impressioni sulla nuova dramedy di Hulu intitolata Pen15
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Le due autrici interpretano nello show delle versioni molto più giovani di loro stesse. Iniziano la seconda media, hanno aspettative eccessive, fragilità appena confessate, e tutti i piccoli grandi impulsi tipici dell'età. In dieci puntate da mezz'ora dalla scrittura molto episodica, le vediamo alle prese con i problemi dell'adolescenza, in particolare di quella delicata finestra che racconta il passaggio dall'infanzia alla fase successiva. Si parla di cotte adolescenziali, bullismo, razzismo, sessualità, incomunicabilità in famiglia e non solo. Tutto questo filtrato attraverso l'ancora di salvezza dell'amicizia indissolubile.
Ma la provocazione di Pen15 non è mai così gratuita. Filtrata da intrecci molto basilari che parlano della vergogna della crescita e dell'accettazione, e giocata sulle ripetute brutte figure delle protagoniste, c'è la voglia di trasportare con efficacia nell'anno 2000 tematiche discusse con forza maggiore oggi: sicurezza in rete, razzismo, bullismo. In questo senso il personaggio di Maya, anche in virtù delle sue origini orientali, è il più forte della coppia. Non ha la sottigliezza del miglior Atlanta, quello dell'episodio FUBU, ma riesce comunque a parlare di temi importanti senza paternalismo, ma con sincera partecipazione.
Maya e Anna vivono allora la loro adolescenza in un costante stato di meraviglia e timore, che corteggia ciò che è sconosciuto e proibito (masturbarsi, fumare) solo per poi ritrarsi al contatto con l'oggetto tabù. E c'è una intraprendenza del tutto inadeguata, anche ridicola, nei loro gesti, che dopo un iniziale respingimento conquista con la sua ingenuità. Figlia quindi di Broad City, ma perché no, anche di Fleabag, Derry Girls o SMILF, Pen15 è un nuovo esempio di serialità al femminile, di quelli che non temono la mancanza di indulgenza con le proprie protagoniste.