Seberg, la recensione | Venezia 76
Ritratto scolastico privo di reale mordente, il biopic Seberg trova la sua ragion d'essere nella fresca e vibrante performance di Kristen Stewart
Seppur con svariate licenze storiche e l'introduzione non sempre felice di personaggi di fantasia, su tutti il costante "guardiano" dell'FBI Jack Solomon (Jack O' Connell), Seberg offre al pubblico la possibilità di gettare uno sguardo su una vera e propria vittima del sistema americano, tanto filmico quanto politico: alla Jean che vorrebbe mettersi alla prova con ruoli diversi si affianca l'attivista politica che socializza - fin troppo - con il movimento del Black Power, atto a contrastare con ogni mezzo il suprematismo bianco. La sorveglianza illegale cui l'attrice viene sottoposta - solo in un primo momento a propria insaputa - innesca una parabola discendente che la mette in crisi come donna e come artista.
A dispetto dei molti detrattori che tuttora conserva, è proprio Stewart a decretare la fondamentale ragion d'essere di un film come questo; la vibrante freschezza della sua interpretazione rende immediata l'identificazione tra interprete e personaggio, anche a causa del facile parallelo tra i rispettivi vissuti, entrambi assoggettati a un cannibalismo gossipparo estenuante e ingiusto. Quanto, del privato di un artista, debba essere dato in pasto al pubblico è un argomento dibattuto ed egregiamente affrontato, in tempi recenti, da La mia vita con John F. Donovan: prendendo spunto dall'atrocità del reale, Seberg ne dà una visione più politica, claustrofobica e disperante.