Siccità, la recensione
Con Siccità Virzì ha girato un film di un'umanità devastante, capace di prelevare qualcosa di quello che siamo dall'intimo e mostrarlo a tutti, la recensione
La recensione di Siccità, il film di Paolo Virzì presentato fuori concorso al Festival di Venezia
Questo film che fa riferimento ad un genere che non viene dalla nostra tradizione e che tuttavia è un lungometraggio che poteva essere scritto, diretto e interpretato solo e unicamente in Italia, racconta l’essere farsa della tragedia e gli sforzi inascoltati dei pochi a fronte della rumorosa cialtroneria dei molti, delle situazioni che paiono non cambiare mai e di noi, che balliamo sopra tutto ciò, che non smettiamo di essere noi durante le tragedie, che ci minacciamo di morte, ci uccidiamo ma anche ci offriamo dei panini mettendo un attimo da parte il fucile, che ci facciamo scherzi terribili, ci baciamo e ci riuniamo o non ci riuniamo abbracciando con un impeto vitale così desiderabile e sopito il grottesco che ci circonda, fingendo di non vederlo.
È impossibile guardare questa storia di fantasia di una Roma nella quale non piove da 3 anni e nella quale sta per finire l’acqua pubblica, distrutta e derelitta, ridotta a puro caos e disuguaglianza, senza riconoscere nonni, genitori, amici, parenti, cugini, colleghi, condòmini o amici di social. Il termine “noi” nel senso più pieno. Impossibile non scorgere in questo film perfetto scritto da Francesca Archibugi, Paolo Giordano, Francesco Piccolo e Paolo Virzì, parte di quello che siamo e che ci circonda, esposta perché sia possibile vederla e inevitabilmente, nel farlo, commuoverci per aver riconosciuto qualcosa di intimo. Questo è quello che chiamiamo un cinema umano. E ad oggi non esiste nessuno in Italia che lavori a questi livelli di ambizione produttiva che sappia ritrarre le persone per come sono realmente, ridicole sempre ma non per questo disprezzabili, come Paolo Virzì.