La società della neve, recensione | Festival di Venezia
Tenendosi in equilibrio tra blockbuster e cinema d'autore, La società della neve riesce a essere un film realmente umano dal grande impianto
La recensione del film di chiusura del Festival di Venezia, La società della neve di J. A. Bayona
Fino a quel momento abbiamo avuto un po’ di tempo per familiarizzare con questo ampio gruppo di personaggi, una squadra per l’appunto, e da quando rimangono nella neve, intenti a sopravvivere, invece il film li tratta come singoli, non come comunità. Si dovranno guadagnare l’affiatamento, come dovranno guadagnarsi a furia di morti (e come noto di cannibalismo) la conoscenza degli elementi e delle montagne per poter capire come vincerle. La società della neve cambia più volte il tipo di film che vuole essere, senza che la cosa pesi. Lo fa a mano a mano che avanza, diventando alla fine puro cinema di montagna, quello in cui degli uomini con la loro razionalità si pongono l’obiettivo di combattere e piegare la natura e nello specifico elementi che sembrano invincibili e destinati a ucciderli.
Bayona infatti fa un lavoro eccezionale su questo film dal grande impianto produttivo e dal pubblico potenzialmente molto ampio: utilizza tutto quello che ha imparato lavorando a Hollywood ma non dimentica di non essere lì (nonostante la produzione dì Netflix) e crea un fantastico ibrido tra un cinema sudamericano commerciale, fatto di umanità, di personaggi, di relazioni e di conquista di un senso anche per lo spettatore, e il più classico grandissimo spettacolo. Anche l’aspetto più duro di tutta la storia, cioè il ricorso al cannibalismo per non morire, è affrontato con un piglio che lo fa passare da decisione terribile a clamorosa quotidianità. Per noi infatti, come per i personaggi, a un certo punto passerà dall’essere qualcosa di disturbante a essere ordinario.
Sei d'accordo con la nostra recensione di La società della neve? Scrivicelo nei commenti