The Boys (stagione 3): la recensione dei primi tre episodi
Senza un minimo di flessione The Boys è una delle poche serie che riesce a dare l'impressione di essere nella sua fase di crescita ancora alla terza stagione
The Boys è la sua botta. Quello uno degli elementi che caratterizzano la serie: la sua capacità di dare una botta agli spettatori (quello che le serie tv degli anni 2000 facevano sempre e che da anni non capita più). Nel momento in cui non ci riuscirà più, in cui li avrà anestetizzati alla violenza e alla bassezza, avrà finito di avere un senso. Quel momento però non è ancora arrivato.
Un inizio stagione all'insegna della continuità
Senza perdere un colpo non c’è bisogno di nessuna nuova introduzione (solo di un po' di camei, sorprese e ritorni particolari per attirare l'attenzione) e rientriamo là dove avevamo lasciato anche se è passato un anno e la situazione si è stabilizzata, non c’è più una guerra tra i Boys e i super, tutto è tranquillo ma sotto sotto ribolle qualcosa. Specialmente dentro Patriota, tenuto in scacco, fermo, bloccato nei suoi desideri di centralità e superiorità, massacrato dalla fine che ha fatto Stormfront. Per i primi due episodi lo guardiamo accumulare tensione in attesa che sì spezzi come un ramoscello. Accade alla fine del secondo episodio e, ancora una volta in grande continuità, prosegue il discorso sulla manipolazione delle persone attraverso i media.
L'uso della propaganda al centro della narrazione
E la propaganda è il vero punto di questa serie. Come le figure peggiori possibili e immaginabili, le più pericolose e mentalmente instabili sono trasformate in eroi dai media. Come ogni loro malefatta, ogni omicidio volontario o no, sia ribaltato, nascosto o attutito dai media. E adesso che è stato toccato il fondo (un membro spacciato per eroe è stato svergognato mediaticamente e svelato per la nazista che è) la serie mette in scena il risvolto della medaglia. Da sempre i 7 sono stati classicamente i cattivi che si fingono buoni davanti alle videocamere, adesso il discorso comincia ad essere l’opposto: quando cavalcare il politicamente scorretto sia esso stesso un mezzo di raccolta consensi, forse anche più potente.
Non capita di frequente che una serie alla terza stagione sia ancora così coerente e fedele ai suoi principi, pur essendo finita, con la trama, da tutte altre parti. Molti personaggi hanno rivisto i propri presupposti, tanti altri non fanno più quel che facevano all’inizio, per The Boys ha ancora lo spirito iniziale e non ha fatto che rilanciare su quello invece che ripetere per stufare. L’impressione insomma è che il racconto sia ancora nella parte di curva in ascesa e debba raggiungere il suo apice.
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