The Irishman, la recensione | Roma 2019
Lungo, forse pure troppo, ma con due interpretazioni clamorose e un finale come nessuno saprebbe girare. The Irishman è quello che ci era stato promesso
The Irishman, la nostra recensione del film di Martin Scorsese
I bravi ragazzi sono in guerra con il governo e vogliono elevarsi quasi al suo livello.
Tuttavia questo progetto gigantesco ha anche il problema di essere gigantesco e nella lunga parte centrale sembra quasi il racconto giorno per giorno della quotidianità di Hoffa e dell’intermediario tra lui e il crimine. In tutto quel grosso troncone il film non annoia ma nemmeno avanza, affianca minacce, morti, regolamenti di conti, litigate e intrighi autoconclusivi che né portano avanti l’arco del personaggio né si distinguono per capacità di sintesi, doti immaginative o forza cinematografica. Ironicamente (vista la destinazione del film) sembrano momenti dilatati e ben scritti che appartengono più ad una serie tv di Scorsese che ad un suo film.
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Ma in tutto questo film del resto Scorsese mette un po’ da parte la sua regia iper-presente e si dedica tantissimo agli attori. Proprio nella parte centrale è Al Pacino a reggere il tutto, mentre solo alla fine emerge davvero Robert De Niro. Il confronto tra i due è cardinale perché negli anni De Niro ha enfatizzato sempre di più la sua tendenza a lavorare in sottrazione, mentre Al Pacino è rimasto coerente con il proprio stile espressionista e carico, sono opposti e dialogano in questo modo tutto il tempo. Il secondo crea momenti di bravura e piccoli assolo anche là dove la sceneggiatura non sembrerebbe prevederli, li crea dal nulla tramite mosse e impennate di voce. De Niro al contrario fa di tutto per stare defilato, sfuggire il riflettore e servire gli altri fino a che non rimarrà l’unico in scena, nell’incredibile finale, mostrando a tutti quanto quello stile di recitazione si adatti a questa storia e alle sue finalità. È davvero un progetto che li vede impegnati come non capitava da tempo.
I due sono ringiovaniti digitalmente per buona parte del film. L’effetto non è al medesimo livello dei film Marvel, inizialmente stona ed è più evidente ma lungo il film ci sia abitua e dopo poco non lo si nota più se non quando li vediamo a figura intera. Come già capitava con Samuel L. Jackson in Captain Marvel infatti, benchè abbiano volti giovani le loro movenze rimangono da anziani, lente e un po’ goffe.
Il perché di tutto ciò, cioè di questo stile compassato, lo iniziamo a capire nella seconda metà ma esplode davvero nell’ultima, bellissima, parte in cui The Irishman deflagra. C’è un peccato di cui macchiarsi, uno a cui è impossibile sottrarsi, e viviamo tutto il tragitto che porta al suo compimento con il protagonista, con la giusta calma che ci fa assaporare come il pentimento e l’espiazione comincino ancora prima che venga commesso. E poi lo scivolo verso la chiusa ha un tono autunnale che ricorda i film di Clint Eastwood, quel cupio dissolvi molto cinico e concreto, solo vagamente rischiarato dalla religione (ma sempre con quell’ambiguità di chi crede fino ad un certo punto) in cui Robert De Niro è eccezionale. C’era un motivo se per decenni è stato uno dei migliori attori su piazza e finalmente qui ce lo ricordiamo.