The Leftovers (prima stagione): la recensione
The Leftovers, la serie HBO di Lindelof, è una delle sorprese dell'estate
Dal 2017 sono Web Content Specialist l'area TV del network BAD. Qui sotto trovi i miei contatti social e tutti i miei contenuti per il sito: articoli, recensioni e speciali.
il coraggio di cambiare quelle che posso,
e la saggezza di comprendere la differenza.
La prima stagione di The Leftovers è tutta qui, nella celebre Preghiera della serenità che non viene mai esplicitamente citata, ma che sempre cammina silenziosa accanto alla storia e ai protagonisti. C'è questa invocazione al cielo, a volte rabbiosa, a volte disperata, a volte inconsapevole, che è la vera costante di una storia senza storia, di una vicenda senza sbocchi e senza risposte. È il ribaltamento della prospettiva sul Giudizio Universale, l'affresco che viene omaggiato nella splendida intro, e il racconto di chi si allontana dalla luce e dalla ricerca delle risposte per rimanere all'ombra delle domande, quelle di sempre. Dopo un inizio stentato, il progetto di Damon Lindelof tratto dal romanzo di Tom Perrotta ha trovato equilibrio e identità, costruendo una delle migliori proposte dell'estate.
Tutto cambia con Two Boats and an Helicopter. Il terzo episodio, interamente dedicato alla figura del reverendo Jamison (Christopher Eccleston), è la parentesi tragica di un uomo all'interno di quella più universale raccontata. Non sarà l'unica puntata monografica della stagione (seguirà Guest, dedicato a Nora Durst), ma in nessun altro caso si costruirà qualcosa di così forte, angosciante e maturo nel presentare i contorni sfumati delle motivazioni degli eventi. Da questo momento in avanti lo sguardo critico sulla serie si rinnova. Esistono queste tre forze nella storia di The Leftovers: il caso, il destino e la volontà divina, e la vera sfida nella sfida consiste di volta in volta nel decidere quale di queste domina la scena. Decidere, non capire. Perché, anche in questo come per la sparizione mondiale, semplicemente non esistono risposte al di fuori di quelle personali.
Il mistero esiste, ma, come chiaro fin dal primo episodio, ha valore di per sé e non in ciò che nasconde. Il problema non è la morte o la scomparsa – sono passati tre anni, le persone sarebbero riuscite ad andare avanti – ma il fatto che l'evento in sé metta i protagonisti di fronte alla loro assoluta impotenza, generando un senso di abbandono e anche, come scopriremo, di colpa per l'avvenimento. Quindi non cercare risposte, ma lavorare sulle domande e sullo scenario che un certo evento impossibile apre. Come Cecità di Saramago, come La strada di McCarthy, come Nel paese delle ultime cose di Auster la causa non viene esplorata: serve come trampolino di lancio per ragionare sulle risposte emotive dell'individuo da solo e come animale sociale.
Ciò che si può imputare al progetto è il fatto di metterci di fronte ad un evento così impossibile da rendere difficile l'immedesimazione. Se le motivazioni di Laurie Garvey diventeranno più chiare nel penultimo episodio (la curiosa e coraggiosa scelta di farne un flashback sul giorno X) ed entreremo meglio nel merito del percorso autodistruttivo di Nora, al tempo stesso sarà un dolore comunque riflesso e non del tutto accessibile per noi, anche se ben raccontato. Come davvero difficile sarà comprendere le azioni e lo stile di vita dei Guilty Remnants. Anche in questo caso, è facile imbastire qualche riflessione sulle emozioni che potrebbero averli spinti, ma alla fine la visione migliore sarà quella che ognuno vorrà dare a ciò che ha visto.
Come Wayne Henry Gilchrest (Paterson Joseph), il misterioso personaggio che assorbe il dolore del prossimo. La sua storyline è la più debole di tutte, anche perché si accompagna a quella di Tom Garvey (Chris Zylka), il personaggio più incolore dello show, ma anche qui la serie riesce a instillare il dubbio. Esiste davvero qualcosa di sovrannaturale in quello che abbiamo visto, o è solo autosuggestione? Infine coincidenze, blackout nelle storie, momenti incredibilmente determinanti semplicemente non spiegati – come nel caso proprio della conclusione della storia del santone – ci vengono mostrati in un season finale, intitolato The Prodigal Son Returns, che basta a se stesso e che non avrebbe nemmeno bisogno di una prosecuzione. Sugli ultimi, intensi 20 minuti, a partire dal ritorno in macchina a Mapleton di Kevin (uno dei molti "figliol prodigo" del titolo dell'episodio che tornano a casa), non si può dir nulla se non: eccezionali.