The New Mutants, la recensione
The New Mutants arriva finalmente (dopo anni) sul grande schermo senza credere troppo nella rivoluzione che si proponeva di essere
La prima è che il film, o quello che ne resta dopo i continui rimaneggiamenti e la travagliata storia produttiva, è più ambizioso di quello che eravamo portati a credere. Il lungometraggio di Josh Boone è (era) chiaramente un primo capitolo di un progetto più ampio destinato a legarsi con la grande mitologia dei mutanti Marvel. Soprattutto s'intravede la soffocata ambizione di rilanciare un intero franchise con volti nuovi e giovani e un budget contenuto.
L'idea alla base è semplicissima: cinque giovani mutanti vengono rinchiusi in un istituto per imparare a gestire i loro poteri. Se fuori controllo infatti le conseguenze potrebbero essere devastanti. A controllarli l'ambigua dottoressa Reyes, anche lei dotata di poteri e padrona assoluta dell'edificio, che si staglia isolato da tutto e apparentemente deserto. Ma qualcosa sembra non andare come previsto. Terribili forze oscure stanno prendendo il controllo dell’edificio, portando alla luce inquietanti misteri. Un dramma da camera dell'orrore.
The New Mutants soffre però di una grande distanza tra le intenzioni e la realizzazione finale. Tra il progetto (percepito) su carta e quello visto sullo schermo. Il film è stato sommerso da riscritture della sceneggiatura, e si vede. Troppo ossessionato dal costruire un arco per tutti i personaggi, The New Mutants fatica nel portare avanti la trama con un ritmo fluido. Tutto si riduce ad una continua alternanza tra momenti di esposizione (dei poteri, del passato, delle paure…) e momenti di azione. Vorrebbe lavorare per sottrazione, mostrando poco e suggerendo molto, ma cede subito alla tentazione di segnalare costantemente al pubblico di stare vedendo un film degli X-Men, sebbene molto diverso dal solito.
Certo il cast non aiuta. Taylor-Joy a parte, il resto della squadra non possiede né il carisma né la capacità di recitare in sinergia con gli effetti visivi. È tutto compresso: i sentimenti sono mostrati alla svelta attraverso i gesti (la paura sono due mani sulla bocca e un urlo, la rabbia sono i pugni stretti e così via). I rapporti tra i personaggi evolvono nel senso più prevedibile possibile, nella speranza di renderli accettabili anche se non sentiti e nemmeno mostrati.
La componente horror, vero elemento distintivo del film, porta all’estremo il rating PG-13 con molto sangue e con una cruda rappresentazione della sofferenza. Ma l’orrore è un genere netto: o lo si abbraccia appieno o tanto vale lasciarlo da parte. Ed è qui la grande incertezza di Boone (o degli executive Fox?): comprimere in pochissimo tempo tante trame, generi, atmosfere diverse, senza lasciare il tempo di sedimentare e crescere. Mischiare tanti generi senza mai buttarsi con coraggio in uno di questi.
Josh Boone ha confezionato un film dove sicuramente la storia produttiva è più interessante di quella mostrata sullo schermo. Ma anche un film che va letto tra le righe. Un progetto nato per essere coraggioso, ridotto a “portare a casa” timidamente la storia. Un potenziale franchise basato più sulle idee che sul budget, arrivato al cinema con troppi anni di ritardo.
The New Mutants voleva essere una rivoluzione. Ma le rivoluzioni, quando non vengono portate fino in fondo, sono solo occasioni sprecate.