The Perfect Candidate, la recensione | Venezia 76
Incentrato sulla campagna elettorale di una dottoressa saudita, The Perfect Candidate di Haifaa Al Mansour riflette su un paese che sta cambiando
Come già avvenuto due anni fa con L'Insulto di Ziad Doueiri, un caso quasi privato assurge ben presto a questione politica, ponendo la ragazza quasi per caso nella posizione di candidata al Consiglio Municipale. È con occhio bonariamente divertito che seguiamo le peripezie di Maryam, vessata in realtà da una burocrazia che è atroce specchio di un retrogrado maschilismo di stato.
E non è certo un caso nemmeno la scelta di dare a Maryam un padre cantante, stressato da un contesto sociale ancora in parte sospettoso verso le arti musicali e dal dover crescere da solo tre figlie femmine che dimostrano, ognuna a modo proprio, un'indole piuttosto indomita. Non senza notevoli preoccupazioni, l'uomo parte per un tour assieme alla propria band, offrendo allo spettatore un ulteriore esempio della graduale liberalizzazione del paese.
In assenza del padre, la sorella maggiore decide di aiutare Maryam con l'improvvisata campagna elettorale; non c'è però solo solidarietà familiare - e femminile - nel film di Al Mansour, poiché a supporto della dottoressa accorre anche un ragazzo il cui nonno è stato salvato dalle cure della protagonista, nonostante il suo rabbioso rifiuto di essere toccato da una donna.