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The Testaments, la recensione: il sequel di The Handmaid’s Tale non è così lontano dalla realtà

The Testaments raccoglie l’eredità di The Handmaid’s Tale e la trasforma in un racconto ancora più inquietante e attuale tra sogni negati, controllo sociale e violenza sistemica

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“I’ll have a cup of tea and tell you of my dreaming. Dreaming is free”. “Prenderò una tazza di tè e ti racconterò dei miei sogni. Sognare è gratis”. Ascoltiamo Dreaming dei Blondie, a un certo punto del primo episodio di The Testaments, la nuova serie nata dai creatori di The Handmaid’s Tale, dall’8 aprile su Disney+ con i primi tre episodi, seguiti da nuovi episodi ogni settimana. La canzone arriva su una sequenza in cui le ragazze “plum”, color prugna, giocano a rincorrersi in uno dei pochi momenti di spensieratezza di quella che è la loro vita a Gilead. Quel primo episodio si concluderà sulle note di Dreams dei Cranberries. Ed è un manifesto. Perché è di sogni, di sogni frustrati e interrotti, che si parla in questa storia. Che è un racconto di fantasia, ma in qualche modo ci riguarda tutti.

The Testaments: il seguito di The Handmaid’s Tale

The Testaments è l’evoluzione di The Handmaid’s Tale ed è tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood, di fatto il seguito di quella prima storia, a diversi anni di distanza. Siamo ancora a Gilead. E seguiamo le vicende delle giovani adolescenti Agnes, obbediente e devota, e Daisy, una nuova arrivata, convertita, proveniente da oltre i confini di Gilead. Mentre si muovono tra le sale dorate della scuola preparatoria d’élite per future mogli di Zia Lydia, un luogo in cui l’obbedienza viene instillata brutalmente e sempre con motivazioni religiose, il legame che le unisce diventa il catalizzatore che stravolgerà il loro passato, il loro presente e il loro futuro. Agnes è il nome che Gilead ha dato a Hannah Bankole.

Le ragazze color prugna sono le giovani adulte, le future mogli. E, attraverso i loro occhi, vediamo Il Racconto dell’Ancella da un altro punto di vista. È qualcosa di illuminante. Ma anche di molto, molto duro. Eravamo usciti a maggio dello scorso anno da quell’incubo, con il finale di The Handmaid’s Tale, la caduta di una grande parte di Gilead e la fine della storia di June Osborne. Tornare a Gilead, anche se anni dopo, anche se in un’altra situazione, è molto doloroso. È di nuovo un incubo. È insopportabile. È ancora, a tutti gli effetti, Il Racconto dell’Ancella: ci sono ancora i soldati armati, le donne incasellate, ingabbiate in ruoli precisi identificati dai colori degli abiti, le impiccagioni dei dissidenti per le strade. E c’è ancora Zia Lydia, con un altro compito, da cui non riusciamo davvero a liberarci. C’è ancora l’oppressione. È questa la cifra della vecchia e della nuova serie.

Cambia la palette dei colori, cambiano i toni del racconto

Certo, vediamo la storia con gli occhi di un’adolescente e non con quelli di una donna matura. La vediamo dal punto di vista di chi è una privilegiata, invece che da quello di una donna ridotta in schiavitù. Per questo cambia la palette dei colori: nella serie precedente c’erano il rosso, il nero, il bianco e il verde. Qui c’è il prugna, come detto, ci sono il celeste e il verde acqua. Sono tinte meno accese, colori pastello, che danno un altro tono alla serie: più soft di The Handmaid’s Tale, ma solo in apparenza. In realtà questi colori hanno perfettamente senso: raccontano quella bambagia in cui sono avvolte le ragazze figlie dei comandanti a Gilead, quella vita di finzione, quella gabbia dorata, che è pur sempre una gabbia, in cui sono imprigionate.

E qui torniamo ai sogni. Perché Agnes, e tutte le ragazze color prugna come lei, in fondo non possono averne. E vedere delle giovani donne senza scelta, senza prospettive, senza futuro, se non quello di vedersi sposate a dei comandanti, spesso uomini molto più vecchi di loro, è qualcosa di orribile e di insopportabile. È quello che accade ancora oggi, non in racconti distopici ma nella realtà, in molte civiltà del mondo: l’Iran, l’Afghanistan, ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Vedere che tutto accada in America, cioè in quella civiltà occidentale che di fatto è la nostra, lo rende ancora più evidente, duro, difficile da sopportare. E, attenzione: non è detto che, anche in Occidente, in alcune situazioni il matrimonio non sia l’unica prospettiva per una ragazza…

Una violenza meno palese ma sempre presente

Non c’è più, dunque, la violenza palese, insistita di The Handmaid’s Tale. Ma è ancora violenza anche questa, che è perpetrata verso le giovani ragazze, rinchiuse in un rituale, in un futuro, in un destino già scritto. Il messaggio di The Testaments è forse ancora più potente e attuale di quello di The Handmaid’s Tale, perché, se quello delle ancelle era un caso limite, un ruolo creato dall’immaginazione di Margaret Atwood, quello delle spose promesse in matrimoni combinati è – come scritto qui sopra – qualcosa di molto più concreto e reale. Così come è molto concreto il discorso sulle molestie, prima sottili poi sempre più decise, che subiscono le ragazze. Non era facile continuare il discorso di The Handmaid’s Tale e realizzare una storia nuova, ma con The Testaments ci stanno riuscendo.

E se quel tono più leggero, quel target diverso, più teen, fosse un modo per riuscire a raccontare la stessa storia de Il Racconto dell’Ancella a un pubblico più giovane, per metterlo in guardia su tutti i tipi di violenza – fisica, psicologica, sociale – che una giovane donna può subire? In questo senso, è interessante come The Testaments ribalti un topos narrativo dei teen drama, il “prom”, il “ballo” tanto atteso dai giovani protagonisti di tante storie. Anche qui c’è un ballo, che è l’ultimo evento dell’adolescenza delle protagoniste: è l’evento che può decidere la vita di queste giovani donne. In The Testaments, un momento che è l’avverarsi di un sogno qui diventa un incubo: la speranza e la spensieratezza diventano esattamente il loro contrario.

Chase Infiniti è la protagonista perfetta

In questo contesto, al centro di un cast perfetto, c’è Chase Infiniti, nel ruolo di Agnes. È la protagonista perfetta per la storia che vi stiamo raccontando. La pelle ambrata e i capelli ricci evocano il suo personaggio che avevamo conosciuto, da bambina, in The Handmaid’s Tale, la piccola Hannah. La sua Agnes ha sempre la tempra rivoluzionaria del personaggio che abbiamo amato in Una battaglia dopo l’altra, ha una grazia e una dolcezza mista a risolutezza. Il suo contegno, la velata tristezza, la dignità, il sorriso arcaico ne fanno un personaggio particolarmente riuscito. Chase Infiniti ha un’aura da star predestinata: brilla di luce propria e allo stesso tempo è perfettamente credibile nel ruolo.

Così come, pur ambientata in un distopico futuro molto vicino a noi, è credibile la storia di The Testaments, che mette in scena un sistema di patriarcato e di molestie conclamate e accettate da un’intera società, che riguarda in fondo non una sola categoria, ma tutte le donne. In The Testaments tutto è più sottile rispetto alla serie precedente, ma tutto è egualmente crudele, se non di più. È inquietante perché mette in scena una società dove la libertà sta sparendo a ogni livello. E se non fosse distopia, ma l’America di oggi? “Oh, la mia vita cambia ogni giorno, in ogni modo possibile. E nonostante i miei sogni non è mai piatta come sembra. Perché sei un sogno per me” canta la voce di Dolores O’Riordan dei Cranberries. E non c’è niente di più terribile che uccidere i sogni delle persone.

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