The Umbrella Academy (seconda stagione): la recensione
The Umbrella Academy si conferma con una seconda stagione che è lo specchio della prima, e che ormai presenta uno stile riconoscibile
Dal 2017 sono Web Content Specialist l'area TV del network BAD. Qui sotto trovi i miei contatti social e tutti i miei contenuti per il sito: articoli, recensioni e speciali.
I viaggi nel tempo: la causa e la soluzione a tutti i problemi della vita. Questo è uno dei trend più sfruttati del momento, insieme all'idea di multiverso, e The Umbrella Academy lo usava già nella prima stagione. Anche per la seconda, la serie Netflix conferma quell'approccio, anzi cambia davvero poco rispetto allo scorso anno. Dopo il climax incredibile con cui ci aveva lasciato, questa stagione ha infatti una lunga ripartenza che serve a impostare un more of the same lungo dieci puntate. Che sorprendono solo a tratti, ma che funzionano perché si basano su personaggi generalmente piacevoli e su uno stile che, se non riesce ad essere spiazzante, almeno è molto accogliente.
Nell'intrecciare le vicende di un gruppo di quasi supereroi con versioni alternative della storia del Novecento, The Umbrella Academy accarezza Watchmen. Lo fa sicuramente nei primi dieci minuti della nuova stagione, che potrebbero essere condizionati dalla particolare versione cinematografica di Zack Snyder (piaccia o meno). Da lì in poi, la serie racconta la propria storia, ma lo fa con quell'identità che già nella prima stagione era facile riconoscere. The Umbrella Academy infatti rimane questo: una storia che racconta un'apocalisse imminente mentre personaggi si muovono in modo coreografato o rallentato sulla base di una canzone pop.
Momenti come questo non si contano, e rimangono la colonna portante del dialogo continuo della serie con se stessa. The Umbrella Academy non è una serie metanarrativa o autoconsapevole, ma oggi questo non ha alcuna importanza, non quando così tanto è già stato raccontato sui supereroi, non con una storia che prende così tanti elementi da altri prodotti. Nei momenti furbi da "videoclip", buoni per costruire un manifesto veloce per la serie sui social come lo era "I Think We're Alone Now", la serie trova quell'alleggerimento di cui ha bisogno. Di cui in fondo noi spettatori abbiamo bisogno.
Con le sue specificità, questa seconda stagione è lo specchio della prima. Ne riprende ritmo, gestione dell'intreccio, spunti. L'ambientazione degli anni '60 è terreno sul quale inevitabilmente coltivare dei riferimenti a temi sociali molto presenti nella contemporaneità degli Stati Uniti, ma tutto il resto è familiare fin da subito. Chi ha apprezzato la prima stagione non avrà difficoltà ad amare anche questa.