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Toy Story 5, la recensione: c’è ancora tempo per essere bambini?

Toy Story 5 arriva al cinema col suo inno alla lentezza, alla riconquista del nostro tempo e di quello dell’infanzia in un mondo sempre più veloce.

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Quando l’ennesimo sequel arriva in sala, la domanda viene da sé: ne sentivamo davvero il bisogno? Toy Story 5 non ne è stato esente per ben due ragioni: prima di tutto perché la trilogia è stata, per i millennials, una vetta pixariana inarrivabile, un luogo in cui siamo cresciuti con e come Andy, davanti alle stesse scelte e paure; e poi perché Toy Story 4 non era il film che speravamo.

Ma al di là delle aspettative (e di un discorso soggettivo che lascia il tempo che trova), mancava la domanda alla base di ogni storia: cosa ci sta raccontando? Perché il problema di fondo di Toy Story 4 è stato l’avere ben poco da dire, tanto da non poter giustificare la propria esistenza come nuova avventura del gruppo di giocattoli più iconico del cinema d’animazione.

Capiamo bene che con queste premesse, avvicinarsi al quinto capitolo con scetticismo era inevitabile. Tuttavia Toy Story 5, al cinema dal 18 giugno con Disney Pixar, riporta l’asticella dove il quarto l’aveva lasciata cadere grazie a un’interessante riflessione sullo scorrere del tempo, sul nostro mondo che corre troppo, inafferrabile, tanto da non lasciare spazio a nulla, neanche all’infanzia.

Non è un paese per giocattoli

Bonnie ha ormai otto anni, ma fa fatica a legare con i suoi coetanei perché sembra essere l’unica bambina a continuare a giocare con i giocattoli. Inevitabilmente questo crea una frattura tra il suo mondo ludico e quello degli altri bambini che da tempo hanno abbandonato i giocattoli, ormai obsoleti, per gli schermi dei computer, tablet, console e cellulari. Per fare da ponte, i genitori cedono all’ultima trovata del momento e regalano a Bonnie un Lilypad, un accattivante tablet a forma di rana che promette di creare nuove reti d’amicizia, oltre a sviluppare e incoraggiare l’apprendimento, ma che spezza anche l’equilibrio tra di lei e tutti i suoi giocattoli.

Jessie, protagonista di questo quinto capitolo, con Buzz e Woody molto ai margini, non ha alcuna intenzione né di farsi sostituire da un tablet né tantomeno di venir ferita ancora una volta dall’ennesimo bambino pronto ad abbandonarla. Incapace di piegarsi a un “progresso” che sembra aver allontanato tutti i bambini dalla loro dimensione d’infanzia, comincia il suo percorso fatto di ferite non ancora rimarginate, rospi da ingoiare ma, soprattutto, preconcetti da scardinare - perché il nemico, a guardare bene, forse non è la tecnologia bensì l’accelerazione, il tempo che noi abbiamo tolto persino all’infanzia attraverso un uso problematico e disfunzionale di quella stessa tecnologia.

I bambini come Bonnie sono piccoli adulti gettati in anticipo nell’oceano del giudizio, delle mode, del controllo, di una performance continua in cui si ha sempre paura di mostrarsi per ciò che si è, per il terrore di essere derisi, umiliati, scartati. Un mondo a portata di schermo dove sembra non esserci più spazio per i timidi, per gli introversi, per chi nel gioco trova ancora la meraviglia e poi, per non restare solo, per non restare fuori dal gruppo, si omologa. Bonnie è quella bambina lì, la bambina che forse molti di noi sono stati e che tuttora sentono di essere, facendoci subito capire che questo Toy Story 5 – un po’ come faceva il terzo capitolo – sembra parlarci di quanto vogliamo ammettere.

Ode alla lentezza

Attenzione a non ridurre tutto come uno scontro tra analogico e digitale, perché non è così!
La Pixar nasce nel 1995 proprio dalla rivoluzione digitale, è lo studio che ha reso vecchio tutto ciò che veniva prima. Sarebbe stato strano e contraddittorio fare un film diffidente verso gli schermi, no?

In Toy Story 5 il giocattolo è il reperto di un modo di crescere che stiamo seppellendo - anzi, che abbiamo già seppellito. E se pensate che riguardi solo la crescita, vi sbagliate, perché il “giocattolo sepolto” può essere metafora di ogni cosa. Lo stesso film riflette sulla sua stessa natura, sul cambio delle tecniche, della fruizione, dei generi, su ciò che non attirerebbe più un bambino in sala – o anche un adulto. Non è un caso che dietro la macchina da presa ci sia Andrew Stanton, che con WALL·E aveva già filmato un’umanità rammollita e ipnotizzata, persa dentro i suoi monitor. Ma il problema non sono tanto i monitor di per sé, la rivoluzione tecnologica e i social, quanto più il modo in cui tutto questo, per nostra scelta, scandisce e influisce sulla nostra esistenza, dettando un andamento frenetico e tossico. Toy Story 5, invece, mette a fuoco l’importanza e la bellezza del vero lusso della nostra contemporaneità: la lentezza.

Ricordate quando ci si dava appuntamento al parchetto il giorno prima, senza un gruppo su cui avvisare di un ritardo, o quando i papà leggevano le cartine invece di obbedire a una voce nel cruscotto? Quando per orientarsi in città bastavano gli occhi o al massimo “svolta a sinistra e poi chiedi a qualcuno”? Ogni estate, ogni gita era il pretesto per inventarsi un nuovo gruppo di amici e partire all’avventura come esploratori, costruendo mondi interi con pochissimo. Il punto non è se si stesse meglio prima, ma che a quel mondo ci si avvicinava con un approccio diverso. In quella lentezza c’era tutto il tempo di immaginare, sbagliare, cambiare, crescere. C’era il tempo di essere bambini. Ciò che fa Toy Story 5 è mettere in scena la perdita di quella lentezza, la perdita di un tempo in cui ci era concesso avere tempo senza l’ansia di essere lasciati indietro.

Giocattoli vs tablet? No, un gioco di squadra!

Jessie, in tutto questo, è il cuore emotivo del film perché incarna la paura dell’essere sostituita, abbandonata, lasciata indietro. Una paranoia che in apparenza nasce da un odio ideologico verso il nuovo, ma che affonda le sue radici in un trauma ben più vecchio. Del resto Jessie si comporta proprio come noi esseri umani che, quando siamo terrorizzati da qualcosa che non conosciamo, cominciamo subito a demonizzarlo. La sua paura però deve interrogarci su qualcosa di più grande, cioè sul valore che diamo alle cose e alle persone quando andiamo di corsa, su chi e cosa lasciamo indietro mentre acceleriamo. La risposta del film non sta nello spegnere il tablet o distruggerlo, ma nel capire come l’analogico e il tecnologico possono collaborare senza soffocarsi a vicenda: l’importante è una regolamentazione dell’uso. Non tutto deve limitarsi a vinti e vincitori, buoni e cattivi; anzi, in questo film l’unico villain (forse) è la società stessa, incapace di darsi una misura, di non estremizzare tutto o abusarne.

L’alleanza sta nell’unire le forze a favore dell’unica cosa che conta: la felicità di una bambina che merita di godersi la sua infanzia, il suo viaggio, senza bruciare le tappe. Nessuna crociata, nessun ritorno forzato a un passato mitizzato, solo la richiesta di rimettere ogni cosa al servizio della nostra umanità.

Pur sempre un’operazione non così necessaria

Per quanto Toy Story 5 rialzi nettamente il livello abbassato dal precedente Toy Story 4, siamo ben lontani dal poter definire questo titolo perfetto.

Woody è ridotto a un cameo e per quanto anche lui, a modo suo, incarni il tempo che passa – anche in maniera autoironica – fatica a trovare una ragione di vita dentro la storia. La sensazione è quella di doverlo mettere perché non esisterebbe un Toy Story senza “lo sceriffo con un serpente nello stivale”, ma la realtà è che anche se non ci fosse in questo capitolo, non farebbe alcuna differenza.

La sottotrama di Buzz è quella che lascia più perplessi: oltre a non apportare nulla alla storia, scivola spesso nella gag; divertente, sì, ma per nulla integrata con il resto del racconto. Per non parlare della linea parallela dei tanti Buzz, con cui si decide di aprire il film, che dopo qualche spezzone – lasciando più confusi che altro – assume chiaramente la forma di un deus ex machina travestito da digressione funzionale. Inoltre alcune dinamiche, al quinto giro, sanno di timbro di cartellino.

Lo stupore che trent’anni fa rivoluzionò il cinema d’animazione qui non c’è più, e nemmeno tornare sul passato di Jessie, che il secondo capitolo aveva già raccontato con più trasporto, aggiunge davvero qualcosa. Sono crepe che si notano e che tengono questo film lontano dai fasti della trilogia: un messaggio di fondo c'è, qualcosa da dire pure, tuttavia l'impressione è pur sempre quella di un'operazione non così necessaria.

Ritornare a immaginare

Nonostante Toy Story 5 non porti con sé un vento innovativo per la saga, si lascia apprezzare. Riesce a divertire con sincerità, persino emozionare, chiedendoci con una dolcezza priva di filtro buonista di posare per un attimo lo schermo, di riprenderci il nostro tempo, di tornare a dare dei connotati più concreti alla realtà e di lasciare che i bambini crescano con i loro ritmi. Del resto è quello che ci hanno sempre ripetuto, quando i “giovani e inconsapevoli” eravamo noi: che quel tempo di gioco, una volta perso, non sarebbe più tornato, e che bisognava goderselo fino in fondo.

Toy Story 5, più che dirci qualcosa di nuovo, ci ricorda qualcosa che abbiamo dimenticato o messo da parte: la bellezza della lentezza, del fare pace con l’inesorabile scorrere del tempo e di avere un po’ di egoistico coraggio per riprenderci qualche momento ludico e analogico solo per noi. Per noi e per chi ci sta accanto, riscoprendo la meraviglia del perdersi nell’immaginazione libera, senza fretta.

 

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