Twin Peaks 3x17 "The Return - Part 17": la recensione
La recensione della prima parte del doppio finale di Twin Peaks: tutti percorsi si intrecciano, e la resa dei conti è giunta
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E sulla questione si impernia l'intera dissoluzione della matassa, a tratti sconfortante, che sarà il dittico conclusivo della serie di David Lynch. Questo perché, come ci viene ricordato, “the past dictates the future”: conoscendo il sognatore, potremo interpretare il sogno. Eppure, ci troviamo di fronte ad un labirinto narrativo che, scrutato dall'alto, offre solo una prospettiva nebulosa allo spettatore, e che pure ci chiede, quasi implorante, di trovare un significato ideale che giustifichi in prospettiva ciò che abbiamo visto. I rapporti di causa ed effetto tra i piani dimensionali si confondono, si sovrappongono, si inseguono, infine si spalancano su un urlo, una domanda, un'ultima frustrazione.
Ancora una volta la base operativa di Gordon Cole e degli altri diventa il luogo prediletto per le spiegazioni a cuore aperto, senza giri di parole. La falsa Diane è appena scomparsa, c'è ancora tempo per un divertente scambio tra Gordon e Albert (“you've gone too soft in your old days”/“not where it counts, buddy”), e si procede a dissezionare parte della mitologia del Bureau legato ai Blue Rose case. La fantomatica Judy di cui discutevano il Cooper malvagio e Philip Jeffries è Mother, o Experiment, l'entità malvagia che “gorgoglia al centro dell'universo” e che quasi sicuramente ora abita nella mente di Sarah. L'FBI e il dipartimento di Briggs hanno monitorato le attività di questo demone, ma in conclusione tutti coloro che sono entrati in contatto con questo mondo hanno finito per scomparire.
Torna la frase “two birds with one stone”, che era stata pronunciata dal Fireman all'inizio della stagione. Si tratta del primo di molti momenti concilianti di un episodio che unisce dove fino a quel momento la serie aveva diviso. Ogni sottotrama confluisce con metodo e rapidità nel luogo prestabilito, l'ufficio dello sceriffo a Twin Peaks. Il Cooper malvagio raggiunge infine la propria meta, ma, apparentemente, nel momento fatidico viene risucchiato dalle forze della Loggia Bianca, che infine lo pongono sul sentiero che condurrà alla sua distruzione. E per quanto ciò sia accettabile e anche desiderabile per il personaggio, esiste forte questo senso di predeterminazione che cade come un peso su ogni azione e reazione.

Di personaggi e autori che “sognano il sogno” ne parleremo trattando l'ultimo episodio, ma qui è la serie stessa a partorire la propria risoluzione ideale, affiancando all'improbabile macrogruppo di protagonisti una figura troppo diversa dalle altre per non risaltare. Il Fireman, alter ego di David Lynch quanto e più dello stesso Gordon Cole, lascia che Dale Cooper abdichi al suo ruolo di eroe, e conferisce a Freddie quel compito. Freddie che, guantone verde da Hulk, prende a cazzotti la sfera in cui è racchiuso BOB fino a disintegrarla in un momento che definire poco elegante sarebbe un eufemismo. Non possiamo ancora saperlo qui, ma si tratta delle prime avvisaglie di quelle aspettative disattese che troveranno pieno sfogo nell'episodio successivo.
Rimane l'ultima missione da compiere, il sacrificio estremo. Dale Cooper ritrova la sua Diane, intrappolata effettivamente nel corpo di Naido, e tutti i compagni di viaggio vecchi e nuovi, ma è solo il tempo di un fugace saluto prima dell'apertura dell'ultima porta. Sulla reunion attesa, sull'happy ending troppo perfetto, si staglia in una sovrapposizione perfetta il volto di Cooper, che già proietta la propria coscienza oltre. Cooper, Cole e Diane avanzano timorosi in un corridoio buio, forse rievocando una scena chiave del Mago di Oz. Cooper, l'uomo di metallo che ha ritrovato la propria mente; Cole, l'uomo distaccato che ha ritrovato con Albert e Dale il suo cuore; Diane, la prigioniera terrorizzata che ha riacquistato il suo coraggio. Dov'è Dorothy? Dov'è Laura? Dov'è la sognatrice che ha dato corpo e anima a questi personaggi con il suo sogno?
Dov'è la domanda che ha tormentato per mesi gli spettatori di tutto il mondo? Chi ha ucciso Laura Palmer? Ecco, Lynch prende questa domanda e compie il ribaltamento definitivo, modificandola in “Laura Palmer è viva o è morta?” Dale Cooper viene trasportato da Philip Jeffries al 23 febbraio del 1989, notte dell'omicidio. Il simbolo del male, dell'anello, della grotta del gufo, diventa un otto che potrebbe anche essere una rappresentazione del simbolo dell'infinito o del nastro di Moebius. Qualcosa che viene manipolato, “specchiato”, ribadendone la ciclicità e aprendo una porta verso il passato. Che può essere cambiato a quanto pare. Sprazzi di Fuoco cammina con me ci raccontano gli ultimi momenti di Laura, una mano tesa verso una ragazza sola e triste.
Julee Cruise canta The World Spins in un luogo che, dopo lo svelamento della scorsa settimana, non può più essere relegato agli spazi della Roadhouse. La mente corre al finale di Lonely Souls, a quel senso di lutto condiviso, inafferrabile, ma percepibile a più livelli dai protagonisti. Ancora una volta tende rosse sul finale di Twin Peaks, e una voce, non importa di chi, che sussurra: “I'm so sorry”.