Una Serie di Sfortunati Eventi (terza stagione): la recensione
La nostra recensione della terza e ultima stagione dello show di Netflix Una serie di sfortunati eventi
Dal 2017 sono Web Content Specialist l'area TV del network BAD. Qui sotto trovi i miei contatti social e tutti i miei contenuti per il sito: articoli, recensioni e speciali.
Il Conte Olaf non è il vero cattivo della serie.
Un veloce riassunto, più per abitudine che per necessità. Violet, Klaus e Sunny Baudelaire hanno affrontato sfide che vanno al di là dei loro anni, passando da un luogo spiacevole all'altro, e tutto per sfuggire alla perfidia del Conte Olaf e dei suoi accoliti. I tre orfani hanno conosciuto i fratelli Pantano, solo per vederli fuggire lontano; hanno visto morire numerosi alleati, tra cui Jacques Snicket; ogni loro scaltrezza è apparsa inutile di fronte alla miopia del mondo che li circonda, e che proprio non riesce a proteggerli dall'uomo che vuole rubare la loro fortuna. Con i suoi sette episodi finali, Una serie di sfortunati eventi è la trasposizione, abbastanza fedele, degli ultimi quattro romanzi della saga.
I temi basilari della serie, quelli ovvi e superficiali, non meriterebbero nemmeno di essere citati. Non a questo punto, non con questa scrittura. Eppure facciamolo. In un mondo in cui ignoranza, presunzione e cattiveria si fondono generando le peggiori mostruosità, tutte dal volto umanissimo, non si può far altro che gridare a gran voce il valore della cultura, delle idee, della curiosità genuina verso tutto ciò che è ignoto e meraviglioso. Nei dialoghi della serie viene citata – troppo – spesso la differenza tra significato letterale e figurato. Ecco, Una serie di sfortunati eventi rimane una serie in cui, letteralmente, si scontrano un gruppo che incendia i libri e uno che preferisce leggerli. Per noi spettatori, quello scontro ha un senso figurato. Tanto andava detto.

A esempio, il tema cardine di romanzi come Anna Karenina e Moby Dick viene enunciato come se fosse una formula standard da assorbire senza elaborazione o emozione. Ma la cultura non si esaurisce nel semplice apprendimento di una nozione, e non serve a niente se quella informazione non viene passata al setaccio, elaborata, contrastata, assorbita, perfino negata o messa in ridicolo! Spesso questo messaggio passa in secondo piano nei dialoghi della serie, messo in ombra rispetto al solito contrasto tra cattivi ignoranti e buoni che hanno letto tanti libri, che in realtà ci dice ben poco sulla natura del mondo. Ora, nessuno vuole fare un elogio dell'ignoranza, che è uno dei mali del mondo, ma il discorso non può esaurirsi in questa banale distinzione. La cultura è un ottimo biglietto da visita, ma non è affatto garanzia né di bontà d'animo, né di buon senso.
Decisamente qualcosa cambia con la soddisfacente conclusione rappresentata da Il penultimo pericolo e La fine. Il gioco della scrittura lavora sulla confusione di ruoli tra buoni e cattivi, e sulla difficoltà nel distinguere i due gruppi. C'è una misteriosa figura identificata solo con le iniziali che convoca tutti i personaggi della serie in un luogo. A quel punto, in una serie in cui tutto è sempre sia letterale che figurato allo stesso tempo, viene fondato un tribunale in cui la serie processa se stessa, ragionando sui buoni e sui cattivi. Per capire questo momento, Una serie di sfortunati eventi ci chiede di guardare allora ad Alice nel Paese delle Meraviglie, e particolarmente al processo conclusivo.
Il mondo di Lemony Snicket, come quello di Carroll, è una parodia distorta del nostro. Una presa in giro delle istituzioni, delle regole che crediamo possano difenderci, quando basta un artificio o qualche parola ben pronunciata per ridicolizzare tutto. I Baudelaire attraversano un racconto di formazione, che li porta a dubitare di tutto e tutti, non solo dei cattivi puri, ma anche di tutte quelle strutture e barriere che dovrebbero proteggerli. Ed è qui che torniamo all'inizio: il Conte Olaf non è il vero cattivo della serie. È solo uno strumento, e in questo senso è forse davvero il miglior mentore che i Baudelaire abbiano mai avuto.
E il senso del segno e della metafora sono fortissimi ancora in questa terza stagione. C'è una zuccheriera che è nientedimeno che un MacGuffin, ci sono occhi ovunque, anche celati nelle sempre curatissime scenografie, ci sono un serpente e un frutto della conoscenza di chiara ispirazione biblica, c'è un'isola che praticamente è da sé una gigantesca metafora. E c'è infine una creatura mostruosa, definita solo come Grande Ignoto, suscettibile di così tante interpretazioni che è inutile provare a darne una. Eppure, emancipandosi in questo dai romanzi, la serie cerca di venire incontro allo spettatore, concedendo una serie di risposte niente affatto scontate sul rapporto tra i personaggi e sulle origini dello scisma. Addirittura appare un personaggio, interpretato da un'attrice tenuta segreta fino ad ora, che credevamo di non vedere.