Venezia 72 - The Childhood of a Leader: la recensione
Originale ma pasticciato il film di Brady Corbet sull'infanzia di un non meglio precisato dittatore, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti
L'ha fatto quel vecchio pizzoso di Haneke, perché non posso farlo anch'io?
Questo deve aver pensato il ventisettenne Brady Corbet nell'approcciare e rielaborare un racconto di Jean-Paul Sartre per trarne il suo The Childhood of a Leader, polpettone in costume incentrato sui piccoli ma significativi traumi del piccolo Prescott, figlio di un diplomatico americano alle prese col famoso (e famigerato) Trattato di Versailles che avrebbe messo in ginocchio la Germania, spianando la strada all'avvento del nazismo.
Elemento fondamentale del film e, a modesto parere di chi scrive, forza motrice che lo spinge e gli conferisce una drammaticità altrimenti presente solo nelle intenzioni di Corbet, è la quasi assordante colonna sonora di Scott Walker, che si avvale di archi ossessivi che ben si sposano sia con le immagini di repertorio legate alla guerra, sia con i momenti più cupi del crepuscolare affresco storico del regista americano. Spiccano, nel cast, le prove offerte da Berenice Bejo nel ruolo della repressa, religiosissima madre del piccolo protagonista, e Stacy Martin (già apprezzata in Nymphomaniac) nei panni di una giovane incaricata di insegnare il francese al bambino. Buona performance anche da parte di Liam Cunningham, patriarca autoritario, e non stona la comparsa(ta) di Robert Pattinson, in un doppio ruolo che costituisce, sul finale, uno dei motivi d'interesse maggiore del film di Corbet (oltre che il momento più marcatamente sartriano della vicenda narrata).
Un'occasione colta a metà, un minestrone confuso di cui, tuttavia, non si può ignorare la qualità di alcuni ingredienti visivi. Se correggerà il tiro e affinerà le proprie doti narrative, non dubitiamo che Corbet possa far strada nel panorama dei giovani cineasti statunitensi.