Venezia 73 - Hacksaw Ridge, la recensione
Retorico, pesante e denso, Hacksaw Ridge è un film di 20-30 anni fa ma con un afflato e una potenza narrativa incomparabile. Di nuovo il grande Mel
Un film come Hacksaw Ridge è totalmente in linea con questo ma anche totalmente fuori moda. Pensato, girato e raccontato come un grande blockbuster di 20 anni fa, con una retorica anche di 30 anni fa, è un polpettone storico di guerra infarcito di nazionalismo, eroismo e religione, pensato per dipingere le più cristalline virtù umane nell’atto di emergere nello scenario più da incubo (il fronte). Fino a che non inizia la parte di battaglia, cioè per tutto il primo tempo, ogni cosa di Hacksaw Ridge suona obsoleta come suonano obsoleti i film di Clint Eastwood. Ma è anche impossibile non notare la capacità istintiva ed immediata con la quale Gibson mette in scena l’animo umano, l’economia di gesti e dettagli con cui riesce ad arrivare là dove molti si fermano.
Hacksaw Ridge celebra senza se e senza ma l’indipendenza di pensiero portata ai massimi livelli, parente quasi dell’assurdo (ed è grande anche perché non divide il mondo in bianco e nero ma comprende tantissimo anche chi gli si oppone). Di sicuro a guidare Desmond Doss è l’ardore religioso ma il film ne fa un eroe della volontà, dotato di una fiducia nelle proprie idee inevitabilmente ammirabile.
Ed è fantastico come questo film ribalti l’assunto del film di guerra per antonomasia dell’era moderna, Salvate il Soldato Ryan, spostando una delle scene di guerra più lunghe, dure, estenuanti e meglio girate che si siano viste da Spielberg ad oggi, dall’inizio alla fine. Non un inferno che cambia la lettura degli eventi che vedremo a seguire ma la comprensione della forza di un uomo messa alla prova in un inferno che completa il quadro già osservato.