Venezia 74 - Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, la recensione
Un paesino, uno sceriffo e una donna in cerca dell'assassino di sua figlia, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri ha una scrittura vivace e basta
La polizia darà il suo peggio (razzismo, protezionismo, abuso di autorità, mancanza di ordine) e la stessa madre che ha commissionato l’affissione non si dimostrerà di certo migliore.
C’è un velo di umorismo irresistibile in questo nuovo film di Martin McDonagh, quello stesso umorismo esplosivo e inatteso che coglie sempre impreparati e sembra trovare ogni volta la gag meno prevedibile, che era possibile apprezzare in 7 Psicopatici e In Bruges. Stavolta però c’è anche un trama più consueta, una storia western contemporanea di presa di coscienza collettiva in una piccola cittadina. Ma mai come stavolta McDonagh rinuncia alle stranezze e cerca di essere lineare e convenzionale.
Tanto che dietro il grande divertimento e le molte trovate inattese che animano la sceneggiatura, non si scorge molto altro. La stessa trovata dei cartelloni del titolo è un trucco attraente e inusuale che mette in moto tutto ma che non ha nessun senso reale se non accendere una miccia che poteva essere accesa da qualsiasi altra provocazione senza che facesse alcuna differenza.
Se In Bruges creava una strana malinconia da bilancio di una vita, in un luogo impensabile e con un senso del ridicolo funzionale a scardinare la classica figura del gangster, per arrivare ad un’umanità inattesa, qui è solo umorismo. La storia e i personaggi che esalta non sono all’altezza delle battute argute.