Venezia 75 - L'Altra Faccia del Vento, la recensione
L'ultimo film di Orson Welles è un found footage ante litteram ma per il resto L’Altra Faccia del Vento sembra una summa degli stilemi wellesiani
Già dalla trama è evidente che ci troviamo nei suoi territori. C’è una figura austera, potente, famosa e gigante, un regista (interpretato dal vero regista John Huston) che sta montando un film chiamato per l’appunto L’Altra Faccia del Vento mentre intorno a lui diverse persone si agitano, cercano di capirlo, lo criticano e parlano di lui. C’è insomma una persona eccezionale ricostruita da altri, compresa a partire dalla percezione che dà di sé, come Charles Foster Kane o mr. Arkadin e tante altre figure wellesiane. E c’è ovviamente il cinema.
La sorpresa non esaltante invece è che di questo potente regista alla fine non c’è molto da scoprire e il film sembra convinto del contrario. Più divertenti sono semmai gli attacchi ad Hollywood di questo, più interessante è la maniera in cui Welles (o Bogdanovich) fa dialogare immagini di qualità formati e tipologia diversa tra di loro. La grana e la pulizia, il colore pulitissimo e invece la saturazione da reportage. Nonostante la consueta austerità sembra qui che Welles si volesse divertire un po’ più del solito e flirtare con alcuni momenti quasi da commedia.
Certo nel regista protagonista non è difficile vederci Welles stesso (come sempre del resto), vecchio cineasta che fatica a finire un film tra mille persone che cercano di conoscerlo e vogliono un pezzo di lui, tra produttori, amici che in realtà non lo sono così tanto. E alla fine L’Altra Faccia del Vento non solo non appare proprio come la punta più alta o più raffinata del cinema di Welles ma conferma che F come Falso (il film che fino a ieri era il suo ultimo) è decisamente un testamento più in linea con la sua grandezza e voglia di spiazzare con ogni progetto.