Vera, la recensione
Mantenendo una consapevole ambiguità tra realtà e finzione, Vera restituisce il ritratto dolente di un'orfana (di padre e del mondo)
La nostra recensione di Vera, in concorso nella sezione Orizzonti della 79 esima edizione del Festival di Venezia
Nel suo primo atto, anzi, abbiamo l'impressione che Vera altro non sia che un reportage (orchestrato, per carità) sulla vita della donna; tediosamente divisa tra eventi mondani dal sapore trash e relazioni superficiali, la delfina dei Gemma manifesta sin dalle prime scene una feroce fame di compagnia; compagnia che sembra trovare in persone che poco o nulla sanno di lei (tassisti, barman, etc.). Questo perché - il film ce lo svela ben presto - porta sul capo lo stigma del pregiudizio di chi la inquadra esclusivamente come "figlia di".
Vera e falsa
L'ambiguità di Vera, altalenante tra la forma documentaria e la sostanza di finzione, è emblematica della storia che si propone di narrare; la parabola della protagonista è infatti incentrata sul conflitto tra apparenza ed essenza, dicotomia che coinvolge via via tutti i personaggi principali, divenendo motore della trama. Come Vera non è ciò che appare, così anche i comprimari, cui una piena onestà è preclusa per ragioni sociali, economiche, sentimentali. La menzogna, intesa o involontaria, dilaga e travolge tutto e tutti.
Se il cinema la rifiuta, non va meglio col teatro; specchio del proverbiale contrasto tra aspettative e realtà, tra aspirazioni e bisogni, il microcosmo del palcoscenico è perfettamente esemplificato dal personaggio di un verboso autore afflitto da problemi di regolarità intestinale. In una scena dai toni grotteschi, osserviamo Gemma recitare - per un provino col suddetto autore - il monologo di Scarface, nel toccante tentativo di render propria la spregiudicata tracotanza del protagonista del film di De Palma.
Out of time
Già dall'incipit, Vera si configura come un monumento alla solitudine di un'orfana; orfana non solo del padre, ma del mondo che ha amato e al quale fa riferimento nella costruzione della propria identità. Il suo inseguire un presente alieno la taglia fuori dal tempo; rimbalzata al provino di un film in costume per il suo volto chirurgicamente troppo moderno, cattura l'attenzione del regista in virtù della fama del padre. Una vita all'ombra di un attore di culto, un'esistenza che intuiamo piagata da ferite mai rimarginate.
Il peso della bellezza va dunque di pari passo con quello dell'eredità in Vera; sulla scia della propria insicurezza (estetica e psicologica), la protagonista cade presto vittima di una rete d'inganni e bugie. Cercando una normalità familiare a lei sconosciuta, Vera si avvicina - complice un incidente - a un meccanico vedovo, indigente padre di un bimbo. Per espiare il privilegio di nascita, intraprende una crociata di beneficenza illogica, finendo in un vortice truffaldino da cui non potrà emergere vincitrice. Vera non è sciocca né ingenua, ma accetta il compromesso con un mondo che, lo sa, non potrà mai essere del tutto onesto con lei.
Solitudine e identità
Anche nella parte più smaccatamente di finzione del film, Vera mantiene un'autenticità che ne è l'autentica forza; in particolare nelle scene tra la protagonista e il bambino, emerge infatti una verità che intuiamo derivare da una sceneggiatura quanto mai libera. Spiando tra i tasselli della messinscena, scorgiamo una vitalità pulsante che cattura il nostro interesse. Oltre la storia costruita ad arte, avvertiamo la necessità bruciante da parte di Gemma di costruirsi un'identità che prescinda dal concetto di "figlia di". Un percorso di affrancamento duro e dolente, che trova il proprio manifesto in una scena con Asia Argento.