The Walking Dead 4x16 "A" (season finale): la recensione
Season finale di The Walking Dead: ecco come ci salutano i sopravvissuti
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Ora, senza troppi giri di parole, che la qualità complessiva della serie non abbia mai rispecchiato pienamente la premessa fin qui fatta, non dovrebbe essere un segreto. E, al di là di quello che si può pensare di questo season finale intitolato semplicemente A, il giudizio generale non ne verrà intaccato. L'episodio, scritto dallo stesso showrunner Scott Gimple, ultimo paio di una serie di mani che hanno modificato nettamente negli anni l'impronta della serie, si colloca nella scia positiva degli ultimi due, ma condivide la stessa problematica che affliggeva l'ultimo midseason finale. Giudicato in sé, l'episodio convince, porta avanti la trama, intrattiene, è superiore alla media della serie, ma nel momento in cui viene inquadrato come season finale rivela tutte le proprie mancanze.
I primi tre quarti di episodio trascorrono on the road, ultima parentesi prima di giungere all'obiettivo. C'è una sequenza più che emblematica su una trappola per animali (si costruisce un percorso quasi obbligato e le creature finiscono per mettersi in trappola da sole), c'è una scena violenta e ben diretta che segna il massacro del gruppo di bifolchi al quale si era unito Daryl e con il quale Rick si era già misurato. Apprezziamo la furia, il sangue, anche la cura con la quale viene sottolineato il rumore di uno sparo nelle orecchie. Certo, tutta la parentesi della scorsa settimana su Daryl e i vari discorsi sul "claimed" ne escono parecchio ridimensionati, per non dire inutili, ma è comunque un bel momento. D'altra parte le carenze non mancano, e vanno tutte ricondotte al solito allungamento di brodo al quale abbiamo assistito nelle ultime settimane.
Accanto a vari momenti riusciti troviamo infatti i soliti dialoghi molto espositivi e poco brillanti e le solite caratterizzazioni di grana grossa (peccato, perché di base il racconto di Michonne sull'origine dei famosi zombie che si portava in giro non sarebbe affatto male), stavolta con contorno di flashback immotivati. Potremmo metterci a cercare qualche parallelismo tra la condizione della prigione e quella attuale, qualche contrasto tra il prima e il dopo, forse l'ennesima presa di coscienza che il lieto fine non è di casa qui, ma tutto passa in secondo piano di fronte all'effetto di questi flashback noiosi, reiterati e inutili quasi in modo straniante. In qualche modo comunque arriviamo a Terminus, e con noi c'è anche Daryl.
L'assenza del presente, la stasi, il costante appoggiarsi alla speranza del futuro, è la componente inevitabile di un mondo ormai sull'orlo dell'estinzione, ma non può e non deve essere il pilastro di una serie che lo racconta. E invece intrecci banali e schematici, lunghe parentesi che non raccontano degnamente i protagonisti, dialoghi e interpretazioni raramente all'altezza. Fosse un guilty pleasure come tanti potrebbe andar bene, ma è davvero un peccato considerando le sue enormi potenzialità e gli ascolti incredibili ottenuti finora. Pare di ripetere sempre le stesse cose, e probabilmente è così, ma sembra impensabile non poter desiderare di più dalla serie via cavo più vista della storia.