Wolverine #1, la recensione
Il primo numero della nuova serie regolare di Wolverine rappresenta un ritorno valido e solido ma dai toni fin troppo rassicuranti

“Ne ho passate di tutti i colori. Sono stato preso a fucilate, crocifisso, sventrato, nuclearizzato...” La lista va avanti almeno per una pagina, la prima di Wolverine #1, dove l'Artigliato Canadese torna protagonista di una serie tutta sua dopo quasi sei anni, a seguito della sua “dipartita”. Ed è un monologo che forse ha una doppia chiave di lettura. Sulle labbra di Logan, serve da sintetico ma energico biglietto da visita a lettori vecchi e nuovi, per ricordare chi è il personaggio con cui hanno a che fare, ma forse rappresenta anche una riflessione di Benjamin Percy, lo sceneggiatore della serie: in un’epoca di innovazioni e di evoluzione come quella di Dawn of X, com'è possibile rilanciare un personaggio che ha fatto tutto, ha subito di tutto ed è stato tutto?
Volendo trovare un tema ricorrente che caratterizzi questa prima storia è certamente quello del dualismo: due le eterne nature di Wolverine che si combattono, quella selvaggia e quella più nobile; due le incarnazioni di Wolvie che la storia ci presenta, quella del passato legato alle storie di Chris Claremont, Larry Hama e gli altri autori degli anni '90, e quella più moderna e matura tratteggiata da Jason Aaron; due le avventure proposte nell’albo, una di natura più corale – Percy è anche lo scrittore di X-Force e sfrutta queste pagine per ridefinire le figure che da sempre ruotano attorno al protagonista, come Jean Grey e Kitty Pryde – e un’altra dove abbiamo una “caccia all’uomo” in solitario in puro stile Wolverine; due le nazioni tra cui si profila lo scontro che probabilmente terrà banco nella serie, i mutanti di Krakoa e i vampiri di Dracula; due, infine, gli eroi/criminali benedetti/maledetti da un fattore rigenerante e un fattore di morte, Logan e quell’Omega Red che mancava curiosamente all’appello nell’adunata mutante universale lanciata da Xavier e il cui arrivo mette subito in discussione le già provate leggi di accettazione dell’isola.
Va infine accennato che qua e là vengono piantati i semi del cambiamento: se parlare di riscrittura di un personaggio con il bagaglio e la celebrità di Wolverine sarebbe insensato, è bello vedere l’ambivalenza del personaggio relativamente alla nazione mutante, in bilico tra lo scetticismo e la prudenza che da sempre lo contraddistingue nell’aderire a cause ufficiali e nell’instaurare legami personali e la volontà di protezione e difesa (quella sì, quasi degna di una belva che protegge i cuccioli) nei confronti dell’utopia inaspettatamente venutasi a creare. Se i numeri futuri della serie esploreranno più a fondo il rapporto tra Logan e Krakoa, nel senso “idealizzato” del termine, non potremmo dirci insoddisfatti.
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