Nicola De Angelis e la sua Fabula Pictures hanno da qualche anno un ottimo rapporto con Netflix. Non solo la loro serie Baby è stata una delle produzioni Netflix italiane in assoluto di maggiore successo da noi e all’estero, ma ora oltre a Zero hanno anche in uscita, sempre sulla piattaforma, il film su Roberto Baggio, Il Divin Codino.

Zero, disponibile da oggi in episodi da circa 25 minuti, è la prima produzione italiana che coinvolga italiani di seconda generazione a tutti i livelli, dalla scrittura alla regia fino all’interpretazione. Un progetto che ha coinvolto Menotti (sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot) assieme allo scrittore Antonio Dikele Distefano, dal cui romanzo Non ho mai avuto la mia età è stata estratta e poi adeguatamemte modificata (sempre con la sua collaborazione) la storia di Zero.

È molto curioso il rapporto che questa serie intrattiene con gli spettatori. Mentre tutte le “nuove” serie italiane da piattaforma non spiegano mai molto e anzi sfidano lo spettatore, questa invece è molto narrata, con i dialoghi spiega tutto e sta attenta a che tutti abbiano capito ogni riferimento. L’avete fatto per allargare il pubblico potenziale?

“Ci sarebbero tante possibili risposte ma in buona sostanza: sì. Se non allarghi il prodotto con una serie così, fondata sull’inclusione… Abbiamo cercato di sfruttare una trama molto Young Adult e allargarla anche al pubblico più giovane, quello teen. Per farlo abbiamo puntato sull’immediatezza per facilitare il binge watching. Questo ci consente di essere più veloci. Immagina se l’avessimo scritta come un multistrand, seguendo cioè diversi personaggi, avresti avuto così tante linee da perderti. Invece così Zero è un multistrand finto, perché in realtà la linea da seguire è una sola, condensata in un tempo minore rispetto al solito”.

Zero

È quindi la durata ridotta rispetto a quelle dei drama, cioè una 20ina di minuti contro la 50ina a cui siamo abituati, ad aver influenzato la scrittura in modo da essere sempre sicuri che il pubblico ti stia seguendo?

“Se vai indietro di 2-3 anni puoi notare come siamo passati da stagioni di 10 puntate a stagioni da 8 puntate e ora a stagioni di 6. E anche i formati si sono ristretti, serie che vanno su altre piattaforme (ma pure sulla RAI) spesso optano per episodi da 25 minuti. Ma non solo, si riduce anche il tempo di attesa tra una stagione e l’altra. È un cambio di consumo pazzesco in soli 4 anni. Ora si può vedere una serie intera in una notte”.

Quello da 25 minuti non è il classico formato da commedia?

“In realtà è un formato che ti toglie molte soddisfazioni perché più fruibile, come detto, soprattutto dal target teen. Nel nostro caso poi ci consente di razionalizzare il tema di ogni puntata che influenza tantissimo il mood. Zero inizia più comedy per poi andare a smussare quel tono e sfociare nel genere”.

È vero che la serie ha più toni e mi pare di capire che nel libro non è così, specialmente la parte del potere dell’invisibilità. Come mai questo cambio così grosso?

“La maniera migliore di capire il rapporto tra serie e libro è pensare che la serie sia lo spin-off di un personaggio del libro. È uno show nuovo che non si vuole distaccare dall’idea di chi ha concepito e scritto il libro. Semmai si emancipa con un genere e un tono suoi”.

Secondo te come mai la nuova serialità italiana in questi quasi 15 anni non ha prodotto commedie eccezion fatta per Boris e, adesso, Speravo de morì prima?

“Ti posso dire che non ci si è mai davvero puntato dal punto di vista industriale perché non abbiamo investito sui talent e la commedia più ambiziosa e sofisticata non la puoi fare se non la cuci addosso ad un talent, ti viene male”.

Zero cast

Cioè vuoi dire che scrivere una serie di commedia a prescindere da chi la poi la interpreterà non è una strada percorribile per fare della serialità di qualità?

“Non è che non vada in assoluto è che per il prodotto raffinato a cui la nuova serialità ci ha abituato è lontana anni luce. Pensa ad una cucita su un talent come After Life”.

Ma Boris ad esempio è una commedia molto più di scrittura che di attori

“Infatti è l’unico esempio, non ce ne sono altri, e poi lì c’era una penna incredibile che non c’è più e gli attori prendevano in giro gli attori stessi. L’osmosi con il talent la raffina, mentre le nostre commedie di solito non hanno vita all’estero perché non sono raffinate. E del resto come possono viaggiare se sono di scrittura? Ogni paese ha la propria!”.

Quindi nelle commedie straniere che viaggiano all’estero e ci arrivano vedi più talent che scrittura?

“Sì tantissimo, spesso anche talent che scrivono o dirigono, prendi come ti ho detto After Life che è raffinata e molto larga. Ma anche Judd Apatow lo insegna, lui scrive e fa lo showrunner del proprio prodotto. La commedia pernacchiosa non è posizionabile in questo scenario”.

Ma la commedia pernacchiosa non la definirei una commedia “di scrittura”…

“Sì ma la definiresti commedia, e quello è il problema. Non saremo equiparabili all’estero fino a che non lavoriamo con i talent. Penso che siamo maturi abbastanza per farlo perché le piattaforme ci hanno stimolato e anche perché i talent sono pronti. Talent insospettabili”.

Fammi capire: hai delle serie di commedia con talent pronte a partire?

“Penso di averne due interessanti”.