Mentre ancora la rete non si è ripresa dal colpo di scena che conclude l’ultima puntata di Game of Thrones, e le note della nuova versione di Rains of Castamere dei Sigur Rós ancora risuonano nelle nostre orecchie, vorrei iniziare questa recensione facendo i più grandi complimenti a Jack Gleeson. Se la morte di Joffrey è stata un momento liberatorio come pochi, grande parte del merito è stata sua, della sua capacità di convogliare sul proprio odiosissimo, volgare e orribile personaggio tutto l’odio che uno spettatore può provare per quello che rimane pur sempre un personaggio di finzione. Con i suoi lineamenti non esattamente gradevoli, le sue smorfie spietate e la sua interpretazione misurata, sempre controllata nonostante i molti momenti nei quali avrebbe potuto cedere all’esagerazione, Gleeson ha portato un valore aggiunto a tutte le scene nelle quali era protagonista. Un ruolo difficile, che inevitabilmente condizionerà il futuro della sua carriera (anche se l’attore ha dichiarato che potrebbe ritirarsi dopo questa esperienza), ma portato avanti con grandissima intensità e professionalità.

Su sceneggiatura dello stesso George Martin, che aveva già firmato tre episodi della serie, The Lion and the Rose rappresenta uno degli snodi narrativi fondamentali della saga. Naturalmente il leone e la rosa del titolo sono i simboli della Casa Lannister e della Casa Tyrell, unite nel matrimonio di Joffrey – Baratheon di nome ma Lannister di sangue – e Margaery. È il culmine narrativo della cosiddetta Guerra dei Cinque Re, quella scatenata dalla morte di Robert Baratheon e quindi dallo scontro per il Trono di Spade, ma al tempo stesso rappresenta un nuovo inizio per la storia. Nuove parentesi, nuovi equilibri per un mondo che, come viene ripetuto più volte dai personaggi nel corso della puntata, finalmente sembra uscire dalla guerra per entrare in un periodo di pace. Ma è solo l’illusione sporcata dal clima di tensione che emerge a tratti dall’episodio, che corre palpabile e silenzioso per tutta la puntata, e che infine esplode negli ultimi due minuti.

Nei romanzi la vicenda ad Approdo del Re viene affrontata dal singolare e coinvolto punto di vista di Tyrion, e per certi versi la scrittura dell’episodio non si allontana da questa impostazione di base. Certo, tutto è più corale, maestoso, semplicemente grande, ma è nei piccoli e mai così seri occhi del Folletto che molte scene possono essere interpretate. È lui ad essere presente nei momenti più importanti, è sua la vergogna che proviamo, l’odio per il nipote e per la Casa che lo ha costretto, seppur indirettamente, a scacciare con rabbia Shae, la donna che amava. E anche nel momento culminante in cui Joffrey soffoca sotto i suoi occhi, è a lui, piuttosto che alle urla di Cersei e alla faccia devastata del re, che la camera torna, ancora e ancora, inquadrando il modo in cui viene arrestato con l’accusa di regicidio. Peter Dinklage dona una sofferenza rara al proprio personaggio nel corso dell’episodio, emersa solo a tratti negli episodi precedenti. C’è un breve momento di complicità con Jaime, ma è tutto. Rimane il confronto con Varys – l’eunuco, di solito più mellifluo, non aveva mai parlato con tanta forza, nemmeno quando andò a trovare Ned Stark nelle segrete nella prima stagione – e l’abbandono di Shae.

Ma la morte di Joffrey è solo l’ultimo tocco di un matrimonio tanto sfarzoso nelle apparenze quanto grigio e tetro nelle relazioni tenute segrete, nei risentimenti appena sussurrati, nelle parole che nascondono offese gravissime. E sono davvero molti questi momenti: Cersei, iperprotettiva e malefica come al solito, che prima ringrazia e poi offende Brienne, accusandola di cambiare spesso vessillo; Tywin e la stessa Cersei, di fronte a Oberyn e Ellaria (ricordiamolo, una bastarda, come il suo cognome “Sand” ci fa capire); Jaime e Loras e i non tanto velati riferimenti all’incesto di uno e all’omosessualità dell’altro. E su tutto questo nuovi personaggi (incontriamo Roger Ashton-Griffiths nei panni di Mace Tyrell) e una messa in scena grandiosa e molto più imponente di quanto una prima e distatta occhiata potrebbe far pensare: costumi, comparse, scenografie, anche una gradita apparizione dei Sigur Rós che si esibiscono in una singolare interpretazione di Rains of Castamere (divertente quando vengono scacciati in malo modo da Joffrey). Un piccolo errore di montaggio nel momento in cui Olenna Tyrell si avvicina a Sansa (il braccio destro che passa continuamente dall’essere poggiato sulla sedia al trovarsi disteso al fianco dell’anziana), ma poca roba di fronte al resto.

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E infine il momento decisivo. Nella rappresentazione tramite alcuni nani giocolieri della Guerra dei Cinque Re (ricordiamo, si tratta di Joffrey, Renly, Stannis, Robb e Balon) quasi il presagio di una tragedia imminente, l’impossibilità di lasciare sospese tutte le tensioni nell’aria senza qualcosa che spezzi il delicato equilibrio, e certamente anche il fatto di vedere Tommen più volte in questo episodio che in tutte le puntate precedenti messe insieme potrebbe in prospettiva essere letto come un indizio. E infine arriva. Un’umiliazione dopo l’altra, Tyrion serve da coppiere a Joffrey, che apparentemente muore soffocando tra le braccia della madre, non prima di aver indicato il nano come suo assassino. Che sia per fatalità, per mano di un misterioso assassino, o per la lontana maledizione scagliata da Melisandre che bruciò tre sanguisughe (rappresentazione di Robb, Joffrey e Balon) in Second Sons, il re muore. Un momento carico di tensione, liberatorio, godurioso quanto si vuole, ma che allontana al tempo stesso qualunque miraggio di pace e tranquillità. Approdo del Re rimane un luogo pericoloso e pieno di segreti, e il potere del Trono di Spade è tutt’altro che saldo.

Intanto a Forte Terrore per la prima volta vediamo insieme in scena Roose Bolton, nominato protettore del Nord dopo le Nozze Rosse, e suo figlio bastardo Ramsay Snow. Gli Stark sono sconfitti, ma la situazione è tutt’altro che pacificata. Ricordiamo che i Greyjoy hanno invaso quelle terre – in particolare si accenna al Moat Cailin – e che ora è compito dei Bolton scacciarli. Roose, che giunge in compagnia della moglie Walda Frey (ricordiamo che in Rains of Castamere, parlando con Catelyn, Roose aveva raccontato di come Walder gli avesse promesso come dote il peso della figlia in argento, e quindi lui aveva sposato la più grassa) si rende conto di come Theon/Reek (molto intenso Alfie Allen nel dar vita a un personaggio spogliato e degradato) sia stato torturato dal figlio. Si apre la caccia agli ultimi Stark rimasti, mentre Ramsay viene inviato al sud per concludere la conquista del Nord.

Ma gli Stark sono lontani, molto più di quanto i Bolton possano immaginare. Almeno lo è Bran, oltre la Barriera insieme a Hodor, Jojen e Meera, diretto verso la misteriosa figura del Corvo a tre occhi. La magia è sempre più forte allontandosi dalla Capitale, e questo vale tanto per Daenerys a est che per Bran al Nord. I suoi momenti non sono mai stati tra i più interessanti, e in questa occasione si riscattano solo grazie ad un momento nel quale vari segmenti, alcuni nuovi, altri già visti, si fondono insieme per restituirci un quadro completo: Ned Stark, l’albero-cuore, il Trono di Spade coperto di neve (ripreso nella stessa visione che ebbe Daenerys nella Casa degli Eterni), i draghi e i cavalli morti degli Estranei.

E allora il pensiero vola immediatamente alle parole che Melisandre rivolge a Shireen, raccontandole della falsità dei Sette Dei e di come in realtà esistano solo due divinità, una della luce e una dell’ombra, in costante scontro tra di loro. Game of Thrones non fa parte del cosiddetto Epic Fantasy, cioè quella narrazione che si basa, come Il Signore degli anelli, sulla lotta tra bene e male, o tra luce e ombra. Eppure nelle parole della donna rossa è possibile rintracciare forse qualche indizio sul nucleo più profondo della saga di Martin.