Snowpiercer (seconda stagione): la recensione

Se proprio vogliamo ridurre Snowpiercer a grossa metafora religiosa alla fine dell’umanità, allora possiamo dire che questa serie parla di messia. Inteso al plurale. Quanti tipi di figure messianiche esistono? La seconda stagione della serie TNT, da noi distribuita su Netflix, ne distingue almeno tre, tutte molto diverse tra di loro. La scrittura non è all’altezza di questi temi, e in generale anche quest’anno Snowpiercer rimane una serie con più difetti che pregi. Ma lo spunto per dire qualcosa c’è, e in ogni caso questa serie potrebbe mantenersi una buona compagna di serate.

La storia della seconda stagione di Snowpiercer ruota tutta intorno al ritorno a sorpresa di Wilford, il vero Wilford, quello interpretato da Sean Bean. Melanie aveva assunto quel ruolo per tenere il controllo sul treno, ma il suo inganno era stato scoperto, e il vero proprietario della locomotiva era tornato a reclamare il suo spazio. La primissima parte della stagione lascia intendere un nuovo scontro tra fazioni o classi, ma le barricate lasciano presto il posto ad una fragile tregua. Il tutto sollecitato dalla scoperta che il pianeta starebbe guarendo, finalmente tornando a scaldarsi. E colpisce da subito l’idea di una salvezza affidata all’aumento delle temperature, considerato che il mondo – quello vero – sta attraversando la crisi opposta.

È una delle poche vere provocazioni di una serie che anche stavolta non riesce a trarre il meglio dai suoi personaggi e dall’intreccio. Layton, Wilford e Melanie, oltre a corrispondere alle tre figure messianiche che dicevamo sopra, si fanno portavoci di un intreccio ondivago, fatto di brusche accelerazioni e ripensamenti. Con tutti i suoi temi e le sue ambientazioni, Snowpiercer non riesce mai a costruire una trama forte o chiara, ma incespica in un groviglio di situazioni e caratteri seriosi, ma raramente approfonditi o coerenti. Si affida allora a quella lettura che dicevamo prima, e che vede vari personaggi interpretare a modo loro il ruolo di salvatore. Layton era il primo, quello originario, l’uomo venuto dal fondo, letteralmente, per sfidare l’autorità e salvare gli schiavi.

Wilford è il falso profeta – che subentra in questo ruolo a Melanie – ed è chiaramente la nemesi stagionale. Sean Bean è attore di grande calibro, come lo è Jennifer Connelly, e basta la sua sola presenza a elevare la minaccia, per quanto poi Wilford non sia un cattivo così interessante. Qui fa leva sulla manipolazione, tra fascino e paura, per tenere tutti sotto controllo. E infine c’è Melanie, che per riscattare le proprie colpe assume su di sé la missione più pericolosa e rischia direttamente la vita: se ci sarà da compiere un sacrificio, non si tirerà indietro. Questi sono i grandi personaggi di Snowpiercer, grandi più per dichiarazione espressa della serie che per la vera capacità di essere memorabili.

Per il resto la serie rimane ambientata su un treno che, come il TARDIS, dà sempre l’idea di essere molto più grande all’interno rispetto all’esterno, e sul quale la lunghezza o la difficoltà degli spazi non è mai percepita. Il treno si allunga, si accorcia, compie manovre impossibili, torna indietro, riparte, Tutto è continua espansione e negazione dei limiti della serie – che avrebbero potuto essere i suoi punti di forza.

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