Qualsiasi storia quando viene ridotta e adattata allo storytelling, cioè quando viene organizzata e sistemata per essere raccontata in modo avvincente, perde in realismo. È un problema maggiore più la storia è reale e specialmente se è controversa, cioè se non si possono mettere i cattivi da una parte e i buoni dall’altra (è per questo che invece riesce così bene con l’olocausto, perché i cattivi possono essere dipinti a tinte estreme come nei film di finzione).

Un documentario come Allen v Farrow deve porre grande attenzione a come rende narrabili gli eventi, come trasforma le persone in personaggi di un racconto, perché va limitato il più possibile il ricorso a stereotipi e figure archetipe o anche ad espedienti ruffiani, altrimenti il rischio è di spingere lo spettatore in una direzione o nell’altra invece di fargli comprendere le molte sfaccettature del racconto e la difficoltà nel comprendere la verità.

Tutto questo in un mondo ideale. Nel nostro Allen v Farrow parte come uno dei documentari più spettacolarizzati visti ultimamente. Anche più del già molto parziale Finding Neverland, che in fretta era diventato una pietra di paragone per il genere e ora si vede sorpassato a destra già solo dall’apertura della prima parte di questo.
Un drone vola su New York con musica enfatica, la color correction è plumbea. Il luogo che associamo a Woody Allen è un luogo maligno, potrebbe essere l’inizio di un remake moderno di Rosemary’s Baby (che pure iniziava con viste dall’alto). Poi un video di repertorio in cui Woody Allen nel 1992 davanti ai giornalisti spiega che le accuse di molestie a lui rivolte sono false. Altro drone ma sulla campagna innevata, a contrasto, musica lieve e Dylan Farrow (la persona che sostiene di essere stata molestata da bambina) che dice “Ci sono così tante bugie in giro”, parla delle umiliazioni di queste indagini e del fatto che la sua voce non sia stata ascoltata per decenni mentre viveva una vita da incubo per colpa di un uomo: “Per tanti anni ho cercato di far emergere la verità, perché nonostante quel che pensiate di sapere è solo la punta dell’iceberg”. Musica che sale di colpo, schermo nero, sigla.
Se non è spettacolarizzare questo…

allen v farrow drone

C’è la verità dei media, detta nelle conferenze stampa e c’è un’altra verità che nessuno ha mai ascoltato, intima, privata, onesta e vera, frutto di sofferenza umana e dolore. Lo svelamento di una verità sentimentale contro la versione ufficiale. Già nell’affiancare i due punti di vista della storia Allen v Farrow attacca loro due valori diversi: le pubbliche relazioni vs il racconto accorato. Una sigla fatta con inquadrature ravvicinate della casa delle bambole di Dylan, dell’abitazione in cui è cresciuta e delle foto di famiglia poi aumenta il senso di tragedia.
La spettacolarizzazione può andare in molte direzioni, cioè può condurre il racconto verso diversi generi. Può piegare la storia verso l’ingiusta condanna di un innocente, può andare verso la soppressione della verità e poi anche verso l’horror, come qui, spaventare lo spettatore presentando dettagli da cinema di paura perché sia chiaro che in quegli ambienti può essere plausibilissimo il peggio. Presentare già i luoghi come accogliente sede di misfatti allucinanti.

allen v farrow woody

Alla stessa maniera si chiuderà la puntata, con la medesima enfasi spettacolarizzata. Dopo una mezz’ora finale in cui si accumulano i resoconti dei Farrow (Mia, Ronan e Dylan principalmente, aiutati da amici di famiglia) sull’atteggiamento inappropriato di Woody in molte occasioni, su come anche prima dell’episodio di molestia incriminato avesse dimostrato e mostrato atteggiamenti ambigui, condannabili e molto lontani da quelli che associamo al rapporto tra un padre e una figlia, un cartello su sfondo nero con poche parole ci avverte che comunque Woody Allen ha sempre negato queste accuse. Fine della prima parte.

allen v farrow mia

Non è nemmeno una questione del diverso minutaggio dedicato alle due versioni della storia ma di come sono disposte nel discorso queste versioni e dell’effetto che si cerca di stimolare. La distanza dell’audiolibro di Woody Allen (che non è fatto per parlare di questi eventi ma li tratta assieme a tante altre cose) contrapposta alla presenza delle interviste ai diretti interessati.
Per la cronaca Allen è stato contattato per essere intervistato, dice il suo entourage che questo è avvenuto molto tardi nella produzione e con solo due giorni per prepararsi. Quindi hanno rifiutato. Non è interessante qui stabilire chi abbia ragione ma semmai analizzare tecniche e intenzioni dei filmmaker che, non disponendo di un contraddittorio, scientificamente utilizzano materiale secco e asciutto per uno e caldo ed empatico per l’altra.

allen v farrow ronan dylan

La prima puntata si ferma prima del resoconto della giornata incriminata, quella che fu al centro del processo (che ha scagionato Allen), concentrandosi sulla costruzione dei personaggi. Specialmente di Allen, regista di successo “uno dei più importanti della storia del cinema americano” dice una critica tra le molte interpellate. Il lato di lui che viene enfatizzato nel ritrarlo è proprio quello di persona che tutti amano, avvicinandolo allo stereotipo della persona in apparenza normale e vicina a noi ma in realtà oscura e terribile.

Delle interviste agli esperti di cinema viene montato insieme tutto ciò che parla di Allen come il cantore di personaggi vulnerabili, come ci faccia identificare con le sue nevrosi e quanto questo meccanismo ce lo faccia sentire vicino. Woody Allen, viene suggerito apertamente, è quindi qualcuno che facciamo fatica a credere sia malvagio perché ci ha abituati a identificare con lui la parte più vulnerabile di noi stessi.

Questo è come viene presentato: come qualcuno nei confronti del quale fare attenzione perché il suo lavoro ci condiziona a pensare che sia innocente.