Nelle dichiarazioni dei membri del cast di The Falcon and The Winter Soldier è spesso trapelata una passione particolare per il quinto episodio della serie. Facile capire perché. Non c’è nulla di eccessivamente diverso o stravolgente rispetto a quanto fatto nelle quattro ore precedenti. Ma tutto è ancora più preciso, equilibrato ed efficace. Si lavora al millimetro con un perfetto bilanciamento di azione ed emozioni. A differenza di ciò che l’ha preceduto in questo capitolo, intitolato “verità”, tutto sembra sul punto di scoppiare. C’è una tensione costante, si sente che siamo nel cuore della serie, perché è questo il momento finale del lungo crescendo su cui si è strutturata la storia.

Inizia tutto dopo il clamoroso colpo di scena (e di testa) di John Walker. Ora che abbiamo visto l’improvvisa e inaspettata morte di due personaggi di media importanza, ma di grande rilevanza narrativa, capiamo che tutto può succedere. Le scelte hanno un peso e degli effetti precisi, talvolta inaspettati.

The Falcon and The Winter Soldier ritrova uno stretto rapporto con il dolore. Quanto gridano e soffrono nello scontro che apre la puntata! E se c’è dolore, e se ci sono conseguenze alle azioni, allora tutto ciò che è in scena inizia a contare veramente nel formare la storia.

Come ad esempio un gesto: Falcon che si affretta a pulire lo scudo dal sangue, racconta i suoi valori e i suoi ideali più di mille proclami. Uno strappo: quello dello scudo a John Walker, che quasi gli porta via il braccio, è un’immagine potentissima dell’attaccamento al simbolo del potere (ne abbiamo parlato la settimana scorsa).

Ma soprattutto l’episodio 5 di The Falcon and The Winter Soldier si intitola verità (citando l’omonima run dei fumetti), ma parla di eredità. Con una mossa da finissimi narratori, i Marvel Studios riportano in carreggiata il flusso di pensiero sull’America moderna sviluppato fino a qui in maniera spesso divagante. Prima di questo episodio non tutto sembrava intrecciarsi bene: la quest di Bucky e Zemo aveva messo in disparte Falcon, il quale invece aveva ben altri problemi. E la sua ricerca nelle periferie nere sembrava escludere dal discorso Bucky. E invece è bastato un colpo di scena, il crollo simbolico dell’idea di Captain America, a far rientrare tutte le provocazioni in un’argomentazione coerente. Come a dire: lo stato, la libertà (rappresentata da Captain America), la pace, non sono temi chiusi in se stessi, ma sono l’effetto dell’accumularsi di problemi. Un colpo di maestria argomentativi di grande intelligenza.

Come in un effetto domino le azioni di John Walker hanno conseguenze sui terroristi, ma anche sui poveri sfollati, messi ai margini, che sono affascinati dai proclami di una rivoluzione. Non viene ucciso un innocente, ma viene ucciso un essere umano. E questo omicidio hai sua volta conseguenze sulle brave persone che faticano ad arrivare a fine mese, perché mina la fiducia nella comunità e nella solidarietà. E quindi ha effetti sulla società tutta.

Che bella la scena della barca, il modo di Sam Wilson di sistemare i problemi: un pezzo alla volta, uno ad uno. E se lo scudo di Captain America diventasse una responsabilità così grande, negli Stati Uniti di oggi, che deve essere condivisa tra tutti i giusti, tra le persone per bene, nessuno escluso? Staremo a vedere…

La barca “Paul & Darlene” è il primo oggetto che riporta al tema dell’eredità. Per Sam Wilson non è tanto diversa dallo scudo. È un lascito del passato, ha più valore simbolico che effettiva utilità. Conservarli è un lavoro, ridargli nuova vita è un’impresa che rischia di portare a fondo. Un fardello da cui non è facile liberarsi. Ma nessuno deve portarne da solo il peso. E ciò che è rotto si può riparare insieme: la barca, certo, ma anche lo stato.

Per Bucky l’eredità (o meglio il retaggio) è un qualcosa che lo definisce. Prima erano le parole altrui che, pronunciate come una formula, attivavano il Soldato d’Inverno. Poi sono le sue azioni inconsapevoli, la sua fama, la leggenda che si è creata attorno a lui, ad essere una zavorra. L’oggetto a cui la regista Kari Skogland delega la funzione simbolica è il taccuino di Cap. Ancora una volta Bucky ci è ricascato. Segue la strada altrui per trovare la sua. Lascia che siano i nomi, un’agenda precisa di azioni e missioni, a ritmargli l’esistenza.

Egli eredita dalle persone che incrocia i loro modi di vivere e le scelte. Quei fogli di carta sono il lascito dell’amico Steve che non riesce ad abbandonare. “Quello scudo è l’unico pezzo di famiglia che ho”, dice a Falcon. Ancora una volta un oggetto inanimato che sostituisce una presenza amica. Se ci dovesse essere bisogno di ribadirlo: i superproblemi degli eroi Marvel derivano in gran parte dal loro essere straordinari… e quindi spesso soli.

Poco dopo è infatti (fortunatamente) un buon amico a dagli un buon consiglio: “non importa cosa pensava Steve. Devi smettere di farti dire dagli altri chi sei”. E ancora: “se vuoi uscire dal tuo inferno, lavoraci (…) Tu vai dalle persone e ti scusi sperando di sentirti meglio, vero? Ma devi fare stare meglio loro. Vai da loro e mettiti a disposizione. Sono certo che almeno una persona in quel taccuino vuole chiudere col passato, e tu sei l’unico che può aiutarla”. Sam ha capito tutto.

In altri termini gli dice: non prendere ordini dal tuo stesso passato, servi (nel senso più nobile del termine) chi ha bisogno. E quel bisognoso non sei più tu. Non è più la tua identità da curare, perché ora sei una persona completa.

The Falcon and the Winter Soldier 1x05 la recensione

Per John Walker il discorso è radicalmente diverso. Lui l’eredità l’ha cercata, ma si è reso conto di non poterne portare il peso. Però si è fatto anche definire da ciò che ha ricevuto. È diventato sempre più un Captain America e sempre meno John Walker. “Ho passato la vita a obbedire ai comandi, ho dedicato la mia vita ai vostri ordini! Ho sempre fatto ciò che mi avete chiesto, sono stato sempre la persona che volevate che fossi e sì, l’ho fatto (ho ucciso) in modo esemplare”. Non c’è molta differenza, in fondo, rispetto alle azioni del Soldato d’Inverno.

È differente invece il peso che porta. Gli è stato messo sulle spalle, certo, ma l’ha anche desiderato. E ora come fa a ritornare indietro? A tradire ciò che credeva fosse il punto più alto della sua vita? Come fa ad ammettere di avere toccato invece il fondo? Si rifugia nel suo ideale: la maschera non si stacca più.

La sua eredità sono anche anni di tremende guerre, di azioni disperate per salvare la propria vita e quella dei propri compagni. È un figlio della guerra, che non sa portare la pace.

Ricorda qualcuno? Ma certo, Tony Stark! Anche lui perfettamente a suo agio nella distruzione, vuole portare la pace attraverso la guerra. E fa di sé un’arma perfetta. Solo che Tony ha Pepper e Happy. Poi avrà Steve, Natasha e Peter che lo aiuteranno ad essere un uomo vero. John Walker non viene salvato da nessun professor Ho Yinsen. Si rifugia invece nella sua caverna a ricostruirsi da solo. Il suono del suo martello è simile a quello prodotto da Tony in Iron Man. È quello che sentiamo alla fine dei titoli di coda di Endgame. Ma uno costruiva un dispositivo per proteggere, l’altro sta mettendo insieme un’arma. Ma lo scudo di Captain America non lo si riceve e non lo si fabbrica, lo si merita.

E Karli Morgenthau? Lei è l’eredità di questo nuovo mondo. I flag smasher vogliono tornare alla condizione pre-blip, senza barriere insomma. La crisi generata dal ritorno in massa di metà della popolazione mondiale ha acuito i nazionalismi e ha fatto dimenticare gli altri bisognosi. Come vediamo alla fine dell’episodio è Karli Morgenthau il fantasma che tormenta il “nuovo mondo”. È lei l’espressione di un sentimento collettivo che non può più essere ignorato, che scalpita per essere ascoltato. Ed è un messaggio di per sé di pace (un mondo senza barriere) condotto con la violenza.

La pace. A conti fatti non è quella che cercano tutti i protagonisti di questo episodio?

Posti di fronte a Karli Morgenthau, per i potenti non è più tempo di simboli. La ragazza è la pressione ad agire, a usare la propria influenza. Dopo tanti scontri di ideali, tanta esitazione e tanto desiderio di potere, questo si rivela vuoto se non è in grado di farsi azione. Karli, fino ad ora, è l’unica che fa un concreto tentativo di realizzare almeno una delle tante utopie con cui la serie ci ha chiesto di confrontarci.