The Falcon and the Winter Soldier: la terza puntata fa intravedere ciò che potrebbe non funzionare nella serie
Dopo due episodi eccellenti The Falcon and the Winter Soldier perde l'equilibrio tra intenzioni ed esigenze narrative. Sarà un problema?
Per i primi due episodi è stata ammirevole l’abilità della regista Kari Skogland nel procedere su tre campi di gioco diversi e tutti ambiziosissimi. The Falcon and the Winter Soldier sfrutta la figura di Sam per fare una riflessione sul rapporto dell’America con le sue radici storiche. Poi c’è l’intreccio da Universo Marvel, quello legato agli altri film che porta i protagonisti a fare i conti con le conseguenze degli avvenimenti passati. Infine c’è Bucky, con il suo personale percorso di redenzione e, lo scopriamo dal terzo episodio, Zemo.
C’è tanto in The Falcon and the Winter Soldier: il sottotesto politico, la riflessione sulla popolazione americana, c’è la filosofia del simbolo e del nazionalismo e una trama man mano più intricata. Come ambizioni vola altissimo, quasi anche più di WandaVision a ben guardare. La prima serie tv Marvel cercava di parlare alla tv stessa. Il processo creativo si guardava dentro. Qui invece è chiaro il tentativo di essere un’ispirazione come Black Panther (negli States il film fu influente nell’opinione pubblica).
Il terzo episodio sembra però iniziare ad avvicinarsi troppo al sole. Le ali di Icaro (cioè i propositi della serie), iniziano a perdere i pezzi, a non muoversi più in sincronia. Nelle prime due ore i tre ingredienti si sono miscelati molto meglio di come hanno fatto nell’episodio Power Broker. Questo capitolo ha assolto l’annoso compito di portare avanti il susseguirsi degli eventi, sacrificando l’introspezione dei protagonisti e le dinamiche “macho” tra Falcon e il soldato d’inverno.

L’altra cosa che non convince dell’episodio è il modo in cui Falcon si inserisce nella missione che, sostanzialmente, è di Bucky. Lo ripetiamo, quello tra Bucky e Zemo è un confronto alla pari di un assassino e la sua vittima (lascio al lettore decidere chi sia chi). Sam rimane in sospeso, a riflettere sulla sua scelta, a portare il suo mondo di uomo nero in America, anche dove non è influente (cioè in un corrotto paese di fantasia).
E allora ecco perché i dialoghi di Falcon sono sembrati così fuori luogo. Perché erano fuori dal luogo in cui avrebbero avuto senso. La vaghezza di Sharon Carter, che va qui a coprire alcuni buchi della trama più grande (spiega l’evasione di Civil War), non sembra strettamente giustificata dalla trama.
Il colpo di scena finale di un personaggio che appare alla fine a sorpresa, replicato identico per la terza volta, perde l’enfasi… e diventa una cifra stilistica. Prima è John Walker, poi Zemo, ora è Ayo. Gli episodi sono costruiti per sommarsi uno sopra l’altro: linee rette che salgono di livello rilanciando sempre di più le ambizioni. E ad ogni rilancio diventa sempre più difficile contenere la strabordante voglia di dire e di fare di questa serie.
Se invece raggiungerà il suo obiettivo ritrovando l’armonia tra forma e contenuto - e ritrovandolo subito - potrebbe essere l’ennesimo segno della entusiasmante maturità del genere.
Cosa ne pensate della terza puntata di The Falcon and the Winter Soldier? Fatecelo sapere nei commenti!