La cosa più forte che è emersa nel parlare con i dieci registi della Live organizzata con Maurizio Sciarra è stato il fatto che molti di questi si sono trovati in una situazione di stallo creativo. La seconda è che più degli sceneggiatori sembrano determinati a non raccontare il Covid, a non mettere in scena né le dinamiche che l’hanno portato ad influenzare le nostre vite, né tantomeno la situazione del paese.

Lo mette in chiaro da subito Daniele Luchetti, collegato da un parco sottocasa tramite cellulare: “Nessuno ha mai vissuto una situazione simile, così mondiale e io l’ho vissuta male, subendo una forte discontinuità di ispirazione e concentrazione, non sono riuscito a vedere una serie o un film nemmeno a leggere un libro” e come già era capitato agli sceneggiatori subito Luchetti introduce l’idea che per raccontare quel che abbiamo vissuto non si possa partire subito, a caldo ma “deve sedimentare e serve avere un certo distacco. Ancora non sappiamo se risorgeremo meglio o peggio, se ci lasceremo tutto alle spalle o no”.
E per confermarlo spiega che il suo prossimo film (ha appena finito Lacci che probabilmente sarebbe stato a Cannes) non intende cambiarlo, l’idea ce l’ha già, gli piace e crede che funzioni “del resto anche nel cinema del dopoguerra c’era chi teneva presente la guerra e chi proprio no”.

È stato ancora più realista Enzo Monteleone:

“Lo sappiamo che arriveranno valanghe di film con gente chiusa in casa che si riprende con il cellulare. Salvatores, Tornatore, Muccino e Vicari lo stanno facendo e accadrà anche nel resto del mondo. Ma penso che dopo il videoclip di Checco Zalone è stato detto tutto, basta quello, Poi ognuno utilizzerà la propria sensibilità per raccontare questi tempi, se ken loach racconta la storia di un infermiere nell’ospedale di Londra sarà un film bellissimo e va bene così”.

Per i registi molto del post covid sembra essere legato alle sale e a cosa ne sarà di loro. Il comparto dell’esercizio è ovviamente il più colpito e ci sono seri dubbi su cosa ne sarà. Per alcuni registi è una questione cruciale. Ad esempio lo è per Cristina Comencini:

“Già le sale da Roma in giù hanno chiuso, nonostante gli investimenti, e ora la quarantena è stata un colpo mortale su una situazione debole. Credo che noi registi dovremmo fare queste riunioni per capire come le sale possano essere messe a posto e rinnovate. Io prima di pormi i problemi del mio cinema mi pongo quelli del cinema di tutti e nel dopoguerra era bella la solidarietà tra registi, erano uniti e avevano la sensazione di ricominciare uniti in un settore distrutto”.

Invece anche solo i registi che hanno partecipato a quest’incontro non erano proprio uniti, ad esempio Sergio Rubini ha tutta un’altra idea.

“Io ho fatto il primo film nel 1989 e ho maneggiato la pellicola e la moviola. Ricordo la sofferenza nel passaggio tra moviola e Avid, molti non volevano accettare il cambio, perché l’Avid era digitale e potevi tornare indietro o lavorare diverse volte su uno stesso passaggio, invece il taglio in pressa era una responsabilità. Questo ha cambiato i nostri montaggi e film, e in positivo. Abbiamo accettato il cambio da pellicola a digitale poi che invece è stato un cambio in peggio, perché quando il digitale è a livello della pellicola è perché lo facciamo assomigliare alla pellicola.
Ecco credo che ora dobbiamo liberare i film dalla retorica della sala. Perché se proprio devo essere nostalgico della sala, allora mi manca la sala di 1.000 persone con la gente che fuma con il buco sopra che apre l’ambiente….In realtà c’è dietro una retorica che è anche frutto della paura della vendetta degli esercenti su di noi e così non ci diciamo la verità.
Io vi confesso che tra uno spettatore che va a vedere un mio film in sala e un ragazzino in un angolo che vede il mio film sul telefonino mi batte più il cuore per il secondo e mi batterebbe ancora più il cuore se lo vedesse piratato, perché immagino il pensiero che c’è dietro: non l’ha potuto comprare ma è stato disposto a piratarlo per vederlo. Poi è chiaro che è un aspetto malato per carità, se tutti vedessero i film piratati l’industria crollerebbe, lo so.
Ma tanti film non hanno bisogno della grandezza dello schermo, gli va bene la dimensione della casa, contando poi che in casa abbiamo sistemi audio migliori di alcune sale in cui vorremmo costringere il pubblico ad andare a vedere alcuni film.
Ecco io il film di Giorgio Diritti [Volevo Nascondermi, l’ultimo film italiano ad uscire in sala ndr] io lo vedrei stasera se potessi vederlo in casa, perché impedire questa cosa? Dobbiamo batterci indipendentemente dalle vendette dell’esercizio, esiste una parte sana dell’esercizio ma c’è anche una parte che proietterebbe solo Zalone tutto l’anno tutti i giorni in dieci schermi, lo sappiamo e lo dobbiamo dire e dovremmo tornare allo scoperto per l’amore dei nostri lavori che meritano di essere visti e devono raggiungere gli spettatori”.

Sulla questione delle storie post-covid Rubini è abbastanza deciso: “Penso che i film che raccontano il presente, domani raccontano il passato. E quindi un certo tipo di film non li possiamo girare a meno che non li ancoriamo al passato”.

Proprio Giorgio Diritti ha parlato di continuare a raccontare il mondo come facevamo prima:

“Dobbiamo pensare che le cose si risolvano, è importante pensare che le storie dell’umanità devono continuare per come sono le cose dell’umanità. Io ho fiducia e immagino storie scollegate dalla dimensione attuale”.

Fidarsi del proprio istinto e raccontare o pensare film e storie che viene spontaneo pensare è l’unica risposta per Roan Johnson:

“Questa roba ci ha cambiato, immagino le battute, come la gente parlerà, un evento così globale e totalizzante non si era mai visto, o ambienti i tuoi progetti nel passato o li riscrivi, la vedo difficile altrimenti. Ho assistito alla live che avete fatto con gli sceneggiatori che dicevano se aspettare o no, ma credo che ognuno andrà con il proprio istinto, quando senti una storia prendi e vai, a prescindere da che tratta. Però ecco io lo so che c’è un prima e un dopo, o mi racconti che siamo nel prima e lo metti in chiaro o mi racconti il dopo e deve essere diverso”.

Johnson poi commenta anche i primi protocolli per tornare a girare che ha letto:

“Io la vedo difficile girare con certe restrizioni, i pochi protocolli che ho letto sembrano scritti per pubblicità, perché dicono che gli attori devono essere messi in una certa maniera, dietro la macchina da presa non ci può essere un certo numero di persone e bisogna tenere una certa distanza. Ma se io ho pensato il film prima e ho una scena con 50 comparse non le posso rispettare queste regole! Non vorrei che ci sia un problema di distacco dalla realtà da parte di chi stila questi protocolli”.

È decisamente meno preoccupato per il cinema invece Roberto Andò:

“Per ben due anni i teatri inglesi chiusero ai tempi di Shakespeare e quando riaprirono Shakespeare ha continuato a parlare delle cose di cui parlava prima, cioè il modo in cui queste crisi si insinuano nella vita di chi crea, scrive e fa film o romanzi si insinua in un modo traverso e sbieco, non è totalizzante.
Penso che i cambiamenti sono movimenti minimi dell’anima e che non ci saranno sconvolgimenti, siamo abituati al disastro e ce lo siamo raccontati mille volte anche con storie distopiche nel futuro”.

Impossibile non concordare con Alessandro Rak, al momento bloccato nel suo lavoro con gli attori per il prossimo film animato dopo Gatta Cenerentola:

“Credo che ogni spettatore dovrebbe avere la pretesa di vedere contenuti nuovi, sperare che gli portiamo scenari nuovi e idee nuove, occasioni di riflettere e rinnovare, se possiamo fare una storia perché non farne una che rivoluzioni la percezione e il modo di guardare le cose? Poi tutto si scontra con la capacità di farlo, spesso non abbiamo abbastanza idee, inventiva o coraggio di proporre qualcosa che possa sconvolgere lo scenario”.

Menzione a parte per il discorso fatto da Edoardo De Angelis, regista che da par suo ha non poche difficoltà visto che gira film sui territori e dentro a quei territori “Io filmo disperati in lande desolate e la pandemia mi ha schiattato l’immaginario, me l’ha usurpato”. De Angelis confessa di aver scritto anche lui in questo periodo e parte un racconto esilarante che riguarda le sceneggiature che ha ricevuto da una serie di sceneggiatori giovani sotto i 75 anni tra cui ha scelto le migliori per noi:

“Una storia che mi è arrivata è Il sogno borghese che si trasforma nell’incubo delle 4 mura di casa, ambientato a Napoli, titolo: Le 4 Mura di Napoli. Un film di genere guallera da girare con macchina a mano, silenzi e panoramiche sul niente. Un progetto per amanti del genere guallera.
Ikea Revenge: film di genere internazionale, che non so cosa significhi, storia di un uomo che spende tutti i suoi soldi di arredare la casa con i mobili di Ikea, poi scoppia la pandemia all’ultimo bullone e rimane in una casa piena di mobili ma senza cibo. Muore per una scheggia che gli si conficca in gola durante il tentativo di mangiare il soppalco di betulla. Titolo alternativo: un suicide product placement.
Poi c’è la storia vera Valentin Alexandru Dumitru un ballerino rumeno che voleva essere come Kledi Kadu ma invece che il Paso Doble fa il passo più lungo della gambe, scegliendo male i suoi nemici, litiga con Maria De Filippi e finisce a ballare chiuso in casa da solo il tip tap sugli scarrafoni in un appartamento del Pigneto, quartiere di Roma che voleva essere S. Lorenzo e invece è diventato Secondigliano. Titolo: Attenzione! Attenzione!
Poi ho un film di Natale sulla tecnologia che utilizziamo: si chiama Zoom paperete, parla di 100 amici che si incontrano su Zoom e fanno a gara di perete [pernacchie ndr].
Ecco questi mi sembravano spunti interessanti per il post-covid perché per il resto io idee di come fare film dopo tutto questo non ne ho, e come dice Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus: di ciò di cui non sì può parlare è meglio tacere”.

E forse De Angelis traccia anche la riflessione più completa su come i registi inevitabilmente affronteranno quel che è accaduto:

“Penso che l’autore riflette molto su se stesso, e la relazione con gli altri deve nascere dagli stimoli emotivi che gli altri instaurano con l’autore. Da lì nascono storie di donne e uomini, io del resto ho raccontato storie di uomini e donne che ho incontrato tramite personaggi che ne sono la summa. Credo poi che all’estero questa forma identitaria forte piaccia sempre, perchè ha un elemento universale perché sono storie di un uomo e di tutti gli uomini”.

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