The Last of Us Part II, quello che ne sappiamo è uno specchio sullo status del videogioco tripla A
Il nuovo trailer di The Last of Us Part II non ne ha svelato solo la data di uscita, ma anche qualcosa che avremmo preferito rimanesse nascosto
Al di là di quanto mostrato, il video dello State of Play ci consente di riflettere su diversi punti legati alla regia, al marketing, e alla narrazione, che caratterizzanno il gioco come grande produzione. Un’analisi diversa, volta non a soffermarsi sui dettagli del video in cerca di interpretazioni, bensì a ragionare sul medium e sulla sua evoluzione, che riguarda anche il modo attraverso cui presentare un titolo al grande pubblico.
Sul rapporto tra videogiochi e cinema si parla da parecchio tempo oramai. Le commistioni di linguaggio tra i media sono sempre più evidenti, da quando soprattutto il videogioco, grazie al recente sviluppo tecnologico, è in grado di replicare perfettamente movimenti e soprattutto le espressioni facciali degli essere umani.
Già il primo The Last of Us faceva delle emozioni e dei sentimenti le colonne portanti della sua narrazione, ma il suo seguito pare portare tutto questo a un livello superiore. Basta ripensare al primo trailer del 2016, all’espressione di rabbia nello sguardo di Ellie mentre suona la chitarra. Al dolore provato dalle protagoniste del video mostrato alla Paris Games Week nel 2018, o ancora alla linee addolcite degli occhi quando le labbra di Dina si posano su quelle di Ellie. A questo meraviglioso caleidoscopio di emozioni si aggiunge la paura dell’ultimo trailer: quando Ellie con ogni probabilità ha Dina di fronte catturata, i suoi occhi urlano pietà insieme alla sua voce.

L’animo umano sembra essere il vero protagonista di The Last of Us Part 2, scardinato attraverso una resa facciale dei protagonisti che penetra dentro noi giocatori. La loro rabbia, la loro paura, i loro affetti: automaticamente tutto questo diventa anche nostro. Al momento, forse, nemmeno Death Stranding che, - tornando su videogiochi e cinema – presenta un cast hollywoodiano, sembra raggiungere lo stesso pathos drammatico che vediamo nella produzione Naughty Dog.
La necessità di giusti tempi di rivelazione
A pochi mesi dal lancio (ricordiamo che il gioco uscirà il 21 febbario 2020), con i contenuti mostrati sinora che hanno riguardato suoi lati inediti, tra personaggi nuovi, nemici senza nome, e un gameplay più dinamico e violento, perché non lasciare assaporare agli appassionati i momenti salienti del gioco? Sia chiaro che questa critica non è legata al fatto che una rivelazione del genere precluda altri colpi di scena, Naughty Dog è maestra in questo. Ma c’è paragone tra l’emozione di trovarsi a vivere quel momento dopo una scena concitata del gioco, dove siamo carichi di tensione, rispetto a vederla alla fine di un evento streaming, con la voce fuori campo che interviene pochi secondi dopo? È come spezzare una magia.
Considerando inoltre che Naughty Dog e Sony hanno organizzato un evento riservato alla stampa per una focus sul gameplay di The Last of Us Part II, la quantità di informazioni sulle caratteristiche del gioco - non del medium -, può apprire persino eccessiva.
A volte bisogna rallentare il tempo
Chi ancora guarda al videogioco come un prodotto - noi qui stiamo utilizzando la parola opera - immaturo, non può fare altro che ricredersi, mentre gli appassionati possono solo gioire di fronte a una rappresentazione così attenta e sensibile dell’animano umano. Ci sono tuttavia pure i lati negativi, legati invece al materialismo e all’apparenza che prendono forma nel marketing quasi soffocante. E allora, forse sarebbe il caso di fermare un attimo il tempo per godere appieno delle nostre passioni più grandi.
A cura di Lorena Rao
