[Cannes 66] Vince il cinema classico in una delle edizioni più difficili
Chi dice che non c’è più il grande cinema di una volta sarebbe dovuto venire al Festival di Cannes quest’anno per essere travolto dal meglio...
Prendere però il nuovo film del regista tunisino come Come sempre a posteriori il risultato sembra abbastanza prevedibile.
Ad ogni modo è una Palma D’Oro meritata in un’edizione durissima, piena di film eccezionali come raramente capita. E’ confortante quindi che in un concorso così complesso abbia vinto un film che riafferma la potenza del cinema a più livelli di lettura, che regala una storia abbastanza semplice (una relazione sentimentale vissuta dall’inizio alla fine) con una maestria capace di suggerire diversi livelli di coinvolgimento e attraverso una narrazione che appare semplice e minimale (macchina a mano, inquadrature ravvicinate, pochi virtuosismi) ma in realtà è complessa ed estremamente raffinata, il massimo del cinema per il massimo della comprensibilità. La vie d’Adele appare come un film che, al netto delle 3 ore di durata (ma volano) e del premio vinto (spesso un deterrente per gli spettatori più che un’attrattiva), può avere un percorso dignitoso in sala.
Non erano invece dotati di livelli di lettura così immediati i pretendenti. Non lo sono questa volta i Coen, cineasti meravigliosi che arrivano di nuovo secondi. Per loro solo una Palma d’Oro in carriera e tanti altri premi minori, un risultato decisamente ingiusto considerato come siano gli unici oggi nel cinema americano a girare opere così complesse e innovative, antinarrative e audaci, all’interno del sistema degli studios e con attori di primo piano. Inside Llewyn Davis è un capolavoro, ma inevitabilmente per pochi.
Come ingiusto appare anche il premio alla regia per Heli, film tra i più insulsi del concorso, velleitario e ricattatorio, ma soprattutto diretto con atteggiamento falso e menzognero. Cosa ci abbia letto la giuria (diretta peraltro da un regista tecnico come Spielberg), sarebbe davvero interessante da sapere.
E’ invece condivisibile il premio a Berenice Bejo, la sua insostenibile protagonista di The Past è in grado di portare allo spettatore odio e compassione, frustrazione e repulsione, adesione e comprensione. In un film (anche questo bellissimo, e anche questo meritevole di una Palma d’Oro, fosse stata un’edizione meno difficile) che le regala una parte e delle battute di alto livello, lei è pronta e non sbaglia un colpo.
Infine una legge non scritta vuole che quando Cannes è forte Venezia sia debole e viceversa (come fu l’anno scorso). Se così è a Barbera dovrebbero essere rimaste le briciole quest’anno.