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Paolo Mereghetti ha visto la luce? PDF  | Stampa |  E-mail
Scritto da Colinmckenzie   
martedì 07 aprile 2009

ImageCome John Belushi in Blues Brothers, anche il critico del Corriere della Sera deve aver avuto una rivelazione fulminante e ora afferma di odiare gli spoiler dei finali. Ma sarà vero? E parliamo anche della questione critici vs. blogger...

 

 

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Rubrica a cura di ColinMckenzie

Rischia di essere la notizia dell'anno, a meno che nel frattempo Cicciolina non aderisca a una campagna del Vaticano a favore della verginità prematrimoniale o che Luciano Moggi si scagli contro la corruzione nel mondo del calcio. Fino a quel momento, comunque, la rivelazione di Paolo Mereghetti sull'ultimo numero di Ciak, in un articolo che riprende il servizio 'critici contro blogger' segnalatoci dal buon Angier di Splitscreenblog, ha dello straordinario.
Rispondendo proprio a un commento di Angier, Mereghetti scrive "concordo però pienamente con Angier quando se la prende con chi 'spoilera pesantemente sul finale'". Ma questo è una rivoluzione, Mereghetti contro gli spoiler? Sarà il caso di ricordare, giusto per i più distratti, qualche impresa del nostro eroe. Recentemente, non si è preoccupato minimamente di rivelare la fondamentale sorpresa di metà film (della serie, ma tanto non è il finale...) di The Reader, pellicola di cui praticamente ha scritto tutta la trama. Ma il meglio ovviamente è avvenuto con Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, di cui Mereghetti aveva raccontato tutti gli eventi del film, a parte il matrimonio conclusivo. Peraltro, non comprando l'edizione cartacea del Corriere, probabilmente mi sono perso tante altre perle di questo tipo. Ci si chiede a questo punto se il critico odia soltanto gli spoiler sugli ultimi cinque minuti o se magari in futuro potremo evitare cose del genere anche per il resto di una pellicola.

Comunque, altri estratti del pezzo di Mereghetti risultano quanto mai interessanti. Per esempio, questo: "Abbondano le accuse della poca professionalità dei critici della carta stampata, tutti più o meno corrotti e autoreferenziali, [...] ma chissà perché senza fare nomi e cognomi e soprattutto senza portare prove concrete". Mah, oddio, a me era sembrato in questo pezzo, tanto per fare un semplice esempio tra tanti a mia disposizione, di aver fatto nomi e cognomi, tra cui quello di Mereghetti Paolo. Tanto che, spinto da un inutile senso di correttezza, gli avevo anche mandato una mail per sapere se voleva, come suo diritto, controbattere (e lo stesso avevo fatto con altre persone citate). Risultato? Nessuna risposta. Non sarà quindi che, quando le accuse sono circostanziate e precise, con tanto di nomi e cognomi, si svicola e si preferisce evitare il dibattito, che per molti critici (non solo Mereghetti), consiste soltanto nello scrivere un pezzo senza far partecipare nessuna voce fuori dal coro (altro che cineforum tanto rimpianto)?

In realtà, tutta questa discussione blogger vs. critici tradizionali portata avanti da Ciak non ha molta ragione di essere ed è il classico caso di come i media tradizionali non abbiano capito molto di quello che sta succedendo. Intanto, bisognerebbe intenderci sul termine blogger. Chiunque scriva su Internet è un blogger? Ovviamente no, ma questa sembra l'idea di molti mezzi tradizionali. La realtà (e non è conveniente per me dirlo) è che, per ora, i numeri tra mass media tradizionali e quelli su Internet, almeno in Italia, sono nettamente a sfavore dei secondi. Anche se, va chiarito che come un blog da cinquanta accessi al giorno non ha nulla a che fare con una corazzata come mymovies.it (3 milioni di utenti unici al mese circa), così scrivere sul Corriere della Sera non è lo stesso che farlo sui quotidiani assistiti che faticano ad avere 1.000 lettori veri al giorno. Quindi, sarebbe meglio dividere i mass media per numero di utenti piuttosto che per 'genere'. Tuttavia, tutto questo non impedisce ai critici tradizionali di essere in crisi. Perché? Beh, quasi tre anni fa scrivevo questo articolo sulla critica in cui elencavo diversi fattori che ormai avevano provocato una divisione tra loro e il pubblico generalista. Tra questi, il fatto di parlare più ai colleghi che alla gente; di difendere film indifendibili, magari perché italiani e/o impegnati; di non riuscire a spiegare bene ai lettori se quel tipo di film ha una narrazione pesante o meno; e soprattutto di non aver lanciato negli ultimi anni prodotti di valore con il loro sostegno, a differenza di quanto avviene in Francia o in Inghilterra. Direi che la situazione non è cambiata e meno male che mi ero scordato di parlare degli spoiler! Insomma, qui non è questione di blogger che ammazzano critici, ma di critici che si fanno fuori da soli. D'altronde, quando un nostro lettore scrive sul forum "gli articoli di Mereghetti non li leggo neanche più, da quando mi ha sputtanato il finale di Indiana Jones", il problema non è quello che facciamo noi, ma quello che fa lui e i suoi colleghi in un triste caso di suicidio di massa degno di una setta religiosa.  

Infatti, avendo in mente una situazione come quella americana, in cui c'è una strage di critici quotidianisti, pensare che in Italia la situazione rimarrà uguale e senza scossoni è un'utopia. D'altronde, è sufficiente leggere le anticipazioni di Dagospia (che parlano di centinaia di licenziamenti nei maggiori quotidiani nostrani) per capire che la pacchia di megaredazioni con dipendenti ultrastipendiati che scrivono sì e no tre pezzi a settimana sta per finire. Sarà invece il caso di capire che i mass media tradizionali non potranno più permettersi il lusso di avere decine di persone per trattare lo stesso argomento, con divisione netta tra 'critici' e giornalisti semplici (che magari vengono mandati alle conferenze stampa o a copincollare la solita Ansa/Adnkronos/Agi). Sarà il momento in cui i critici magari faranno un po' meno i fichi con la conoscenza della storia del cinema (a questo proposito, sull'ultimo numero dell'Espresso c'è una recensione di Lietta Tornabuoni di Disastro a Hollywood di cui del film in sé si parla pochissimo e senza assolutamente far capire se è una boiata o un capolavoro) e magari dovranno iniziare a migliorare su campi (come quello economico-produttivo) in cui normalmente capiscono poco o nulla e tirano fuori strafalcioni enormi. O, magari, dovranno riuscire a intuire che c'è una differenza, al di là dei gusti personali, tra Il Signore degli Anelli ed Eragon, cosa che dalle loro recensioni è impossibile comprendere. Insomma, dovrà cambiare l'idea stessa del giornalista, che per essere utile alla sua azienda non potrà rimanere nella sua nichietta confortevole (curiosamente, una critica che spesso viene fatta ai blogger), ma dovrà interagire in maniera completa e democratica (leggi, anche e soprattutto Internet), pena il fatto di perdere quegli utenti a scapito di qualche altro soggetto. Se la reazione, come scrive Mereghetti, sarà di dire "In tanti si lamentano anche del fatto che spesso le critiche si dilungano sulle trame, dimenticando che mentre il blogger scrive spesso per sé di un film che ha visto (e quindi non deve autoricordarsi il film), sui giornali si presume di scrivere per un pubblico che ancora non conosce il film e quindi può essere interessato a sapere in anticipo le grandi linee della trama", allora per un editore il discorso nel futuro sarà semplice. Perché pagare a un bravo critico (Mereghetti o chi per lui) un lauto stipendio se basta prendere un sedicenne che ti copia il pressbook e foraggiarlo con una misera paghetta?

Ma c'è un altro motivo per cui contrapporre critici a blogger è ontologicamente sbagliato. Prendiamo per capirci un estratto di Here Comes Everybody di Clay Shorky (Uscito in Italia con il titolo Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzare):

Sarebbe facile vedere i blogger che scrivono di Trent Lott o le persone che fanno delle foto legate allo Tsunami dell'Oceano Indiano come una nuova razza di giornalisti. Questa etichetta ha un indubbio fascino. Il problema, tuttavia, è che l'idea di una professionalizzazione di massa è un ossimoro, visto che una classe professionale implica una funzione specifica, dei test minimi di competenza e un numero ridotto di membri. Nessuna di queste condizioni si applica ai blog politici, alla condivisione di foto o a una serie di altri strumenti di autopubblicazione. I blog individuali non sono soltanto dei sistemi alternativi di pubblicazione, ma un'alternativa all'editoria stessa, nel senso di editoria in quanto minoranza e classe professionale".

Insomma, traducendo in soldoni: è possibile confrontare una ristrettissima minoranza (in Italia stimabile in meno di cento persone) di critici cinematografici che vivono facendo esclusivamente questo (e che hanno la possibilità di farlo a tempo pieno, magari andando spesati ai festival o prendendosi 48 ore per un articolo di una cartella) con un potenziale di decine di milioni di blogger tutti dilettanti (nel senso che non si pagano l'affitto e il cibo con questa attività)? Ovviamente no e il semplice fatto di mettere insieme queste due categorie di persone è già un'assurdità di per sé. Messa così, insomma, è ovvio dire che i critici istituzionali (come detto, un numero ridottissimo di professionisti) siano meglio dei 'blogger'. Bella forza. Il problema vero è che il divario tra la prima categoria e la seconda non è assolutamente enorme come dovrebbe essere, sia per le mancanze della prima (che non sempre sfrutta tutto il tempo a disposizione per migliorare le proprie competenze) che per l'entusiasmo della seconda (o almeno dei suoi esponenti migliori, che spesso di tanti argomenti ne capiscono di più di chi scrive su testate prestigiose). E questo, senza voler considerare tante situazioni contingenti della situazione italiana (il numero di coppie di critici marito e moglie che lavorano è inquietante e statisticamente allucinante).  

In tutto questo, mi rimane un dubbio. Ma le persone che scrivono su Ciak hanno l'obbligo contrattuale di dire che piaceriforti.blogspot.com, il blog di Piera Detassis, è il loro punto di riferimento? A parte le battute, uno può dire che lo adora perché è scritto bene (cosa anche vera e non sono ironico), ma riferimento per cosa (e soprattutto perché tutti utilizzano questo termine come un mantra?)? Un blog (che, ricordiamocelo, rappresenta l'unico spazio Internet della maggiore rivista di cinema italiana) in cui a marzo sono stati fatti cinque post, di cui due recensioni, una pubblicità al nuovo numero di Ciak, una continuazione-pubblicità del servizio sui blogger (con un parere del critico dell'Avvenire da far rimpiangere l'inquisizione e che definire superficiale è un complimento) e una notizia importante (quella sulle riprese di New Moon)? E in nessuno di questi, la 'direttora' si preoccupa di replicare nei commenti ai lettori, cosa che è l'antitesi di ogni blog che si rispetti. Ora, chi scrive non è convinto che Internet ucciderà completamente la carta stampata (anche se di vittime ne sta già facendo diverse). Tuttavia, qualsiasi sia il suo ruolo nel mondo dell'informazione nei prossimi anni, c'è chi ha capito da tempo come funziona e come si può sfruttare. E chi, invece, corrisponde perfettamente alla descrizione sulla chiarezza di idee delle sinistra italiana che faceva in Ferie d'agosto Ennio Fantastichini. 'Da mo', ma probabilmente anche nel futuro...
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Andrea   |2009-10-13 00:31:23
Se magari guardassi le pagine dei credits di badtaste vedresti che colin non
cela assolutamente il suo vero nome, quindi lo sfogo potevi
risparmiartelo.
Aggiungo che non è che semplicemente scrivendo, invece di un
nickname, il nome "filippo mazzarella" dimostri di essere realmente
costui... ;)
filippo mazzarella  - la faccia (come il culo, magari): però, mettercela   |2009-10-12 16:09:42
leggo solo ora questo interessante pezzotto, che è più interessante e meglio
argomentato di tanti altri letti sullo stesso tema negli scorsi mesi ma che ha
anche lo stesso singolare difetto del 99% di ciò che leggo sui abitualmente sui
blog. cioè. sarebbe che. alla fine o all'inizio di un mio sproloquio su linus di
20.000 battute (o di una scheda da 400 scritta per il medesimo quotidiano del
mereghetti, o di una rubrica per ciak), ci sono il mio NOME e il mio COGNOME.
qui c'è scritto che l'autore dell'articolo è colinmckenzie. bene, bravo, hai
visto anche tu forgotten silver. ma chi cazzo è DAVVERO colinmckenzie? possibile
che tra voi blogger non ci sia mai nessuno che sceglie come nickname i suoi veri
nome e cognome? Tipo mi chiamo Gianni Bella e il mio nickname è giannibella? io
ci metto la faccia (quindi il culo). voi (la maggior parte di) no. e questa
protezione a monte vi dà delle libertà di insinuazione e d'insulto sconfinate.
ma vorrei vedere se doveste dare, come ho fatto io, a ligabue/cavani/ang lee dei
comunisticulattoniraccomandati con quanto del cuor leggero con cui (s)parlate di
cose che non sapete e persone che non conoscete apporreste in calce all'insulto
la vostra firma/faccia/culo/codicefiscale. risolvete questo nodo base e noi
ricchi privilegiati (hahaha) dialogheremo più volentieri con i vostri ego
mascherati. così, è troppo facile.
PhilM

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