C’e un inizio all’inglese, molto dinamico, molto montato, molto misterioso in Ismael’s Ghosts, una presentazione di un fantomatico Ivan Dedalus, uomo sfuggente di cui un gruppo di persone parla attorno ad un tavolo e, come fossimo in Broadway Danny Rose diretto da Soderbergh, ne rievoca l’assunzione da parte del governo. L’impatto è fortissimo, ma il resto del film sarà diverso.
Oltre a questa c’è un’altra storia che poi scopriremo essere la principale, quella d’Ismael, regista cinematografico, e dei “fantasmi” che tornano dal suo passato.

C’e davvero l’aria dei personaggi migliori e i presupposti per lo svolgimento più coinvolgente in questo prologo in cui questo regista interpretato da Mathieu Amalric (lui sempre perfetto, stropicciato e teneramente invasato) prepara un film ed è costretto ad andare in soccorso di un uomo anziano di notte, depresso e delirante che gli rinfaccia di aver lasciato scappare sua figlia, legata a lui da un matrimonio che è terminato con la sparizione di lei quasi venti anni prima.
Data per morta tornerà a sorpresa, in carne ed ossa ma, con la stessa capacità di scompigliare le carte e le vite che ha un fatasma del passato, aleggerà nella casa di campagna del regista e della sua nuova, malcapitata compagna.

Fino a qui Desplechin ha dato il proprio meglio, ha cioè lavorato su quell’incrocio di eventi sorprendenti e reazioni scomposte, portando lo stile classico francese, quel misto di sentimentalismo sofferto e dissolvenze ad iride, sui binari più concreti. Invisibile e narrativamente delicato.
Invece dalla comparsa del “fantasma”, ovvero Marion Cotillard, nella vita di Mathieu Amalric e Charlotte Gainsburg il film perde ogni capacità di controllare la storia.

Iniziano i deliri, i personaggi non sono più coerenti come fino a poco prima, non è più chiaro cosa vogliano, chi cerchino o se riescano o meno ad agire per il proprio benessere. Molti sentimenti estremi sono agitati come in una tempesta, ne farà le spese il film in preprarazione, entrerà anche in scena il personaggio del produttore. In una parola il film deraglia (e sappiamo che almeno un’ora è stata tagliata nel montaggio finale).

Peccatto, perché aveva fatto sperare bene mostrando che il cinema degli anni ‘60 non è passato invano.