Adattare un manga al cinema americano è un’operazione di traduzione culturale sempre complicatissima ma, forse complice la natura di detective story di Death Note, il film che Adam Wingard ha tratto dai fumetti di Tsugumi Ohba e Takeshi Obata traballa, barcolla, scivola e rischia sempre di crollare ma non lo fa mai e alla fine riesce a reggersi sulle proprie gambe, regalando anche un paio di momenti molto riusciti.

Se i giapponesi stessi, nel momento di comprimere i lunghi archi narrativi dei fumetti o delle serie anime in un solo film fanno molta fatica con lo storytelling, gli americani non sembrano essere da meno. La storia del libro che il demone della morte Ryuk (doppiato dall’inconfondibile Willem Dafoe) porta sulla Terra per il proprio divertimento, affidando ad un ragazzo sveglio ed outsider la possibilità di vedere ucciso qualunque persona lui conosca di nome e volto solo scrivendolo su una pagina del suddetto libro, diventa un teen movie molto “teen”, confuso ma visivamente impeccabile.

Traballa, barcolla, scivola e rischia sempre di crollare ma non lo fa mai

È chiaro che il meccanismo cardine di tutto è quello del piano a incastro. Lo stesso principio su cui si basa il racconto (il librone consente di uccidere a distanza ma è pieno di regole da rispettare) presta il fianco a trovate che si avvantaggino dei cavilli tra regola e regola, un meccanismo perfetto avallato in pieno dal fatto che esista un demone nell’ombra che guarda tutto per il proprio godimento. Anzi, Death Note ha proprio un personaggio, il detective senza nome (unica figura davvero stonata, iperbolica come si usa nei racconti nipponici ma fuori luogo nel contesto americano), che sembra esistere solo per giustificare il gioco al gatto con il topo, le trovate, la sorpresa dei metodi attraverso i quali il protagonista si avvantaggia e sfrutta le regole del libro. In questo senso il film è il proprio meccanismo, ne gode, se ne abbevera e sceglie di sacrificare il resto per il piacere delle sorprese di sceneggiatura.

Per fortuna tutto il progetto è andato in mano ad Adam Wingard, bravissimo a sintetizzare molto con poco, a cui bastano alcune immagini per raccontare una svolta, suggerire una colpevolezza, mostrare una morte. Perché nei 100 minuti del film ne devono accadere di cose. E addirittura Wingard riesce a ritrovare i colori del suo esordio indie (l’assurdo Pop Skull) modificati nell’epoca post-Drive, tutto fluo, neon e doppia dominante con musica elettronica di sottofondo. Una versione impeccabile del romanticismo perduto contemporaneo che, nella notte, mette insieme due ragazzi che cercano di essere uniti dall’essere giustizieri a distanza. Questa mescolanza, questa suggestione adolescenzial-sentimentale è senz’altro la grande vittoria sul cui altare Death Note sacrifica un po’ tutto il resto.

Molto si potrebbe dire sul fatto che il principio stesso di Death Note (il manga è del 2003) si adatti perfettamente all’era dell’azione via internet, cioè fare con facilità e a distanza quel che si dovrebbe fare con molto sforzo e sporcandosi le mani. Uccidere qualcuno dall’altra parte del mondo scrivendolo in pochi secondi è la versione perversa dell’attivismo da click. Ma l’impressione è che più che prendere di petto i paralleli con i mutamenti sociali, Wingard si diverta con la parentela (solo visiva) che le scene di morte hanno con quelle di Final Destination, il fato ineluttabile che bussa alla porta delle persone che non possono evitarlo, attraverso una serie assurda di coincidenze mortali, e soprattutto che sia innamorato della sua attrice, del rapporto tra i due (non a caso molto cambiato rispetto al fumetto), come lei guarda il protagonista, il suo amore contaminato da desiderio di potenza e la brama di comando.