Storia della televisione: The Wire
La monumentale opera televisiva di David Simon che narra la lotta al narcotraffico a Baltimora: The Wire è uno dei grandi capolavori della televisione
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Ambientato a Baltimora, The Wire racconta la lotta al narcotraffico da parte del dipartimento di polizia. Su questa descrizione piuttosto vaga, The Wire imbastisce una narrazione che assume la forma dell'inchiesta, rigorosa, stratificata e dettagliata. Lo show di David Simon, andato in onda per cinque stagioni sulla HBO dal 2002 al 2008, taglia violentemente interi strati della società civile, assumendo nel corso delle stagioni un punto di vista sempre più omnicomprensivo e totale. Lo scenario è quello costruito nel lunghissimo termine, che ingloba di stagione in stagione intere porzioni della sovrastruttura urbana per fornire un quadro sempre più ampio e complesso.
Negli anni in cui Tony Soprano si configura come un Amleto seriale in The Sopranos, il personaggio disgregato in costante conflitto con la propria essenza, The Wire costruisce un racconto opposto. Fondamentali i contributi di Ed Burns, detective della polizia di Baltimora per venti anni, del giornalista Bill Zorzi, dello scrittore Raphael Alvarez, determinante per la scrittura della seconda stagione. Per comprendere meglio l'opera è illuminante far riferimento a una lunga intervista del 2007 rilasciata da David Simon a Nick Hornby, nella quale l'autore afferma:
"The Wire è una tragedia greca nella quale le istituzioni postmoderne sono le forze dell'Olimpo".

Tornando al concetto sopra espresso, sarà il personaggio di Ervin Burrell a pronunciare la frase: "It's Baltimore, gentlemen, the gods will not save you", che ricorda molto "lascia perdere Jake, è Chinatown". Tutto è previsto, tutto è coerente con se stesso. La visione di David Simon è complessa e faticosa per lo spettatore, ma è tra le più strutturate e di ampio respiro che siano mai apparse sul piccolo schermo. L'intenzione non è solo quella di giocare sul ribaltamento degli stereotipi da procedurale poliziesco senza pretese, ma quella di costruire una vera sfida per lo spettatore. Qualche traccia di umorismo qua e là – rimane storico il tormentone "shit" di Davis – stempera i toni, ma l'asciuttezza dell'esposizione domina su ogni cosa.
Più in generale, come se dovesse trasportare per immagini alcune regole chiave di un pezzo di cronaca, The Wire limita al massimo gli aggettivi (la musica può essere considerata un "aggettivo") o gli avverbi superflui. Racconta tutto con la massima precisione, e questo basta a creare la sensazione ricercata, ma senza tenere per mano il lettore-spettatore.
The Wire viene generalmente indicato come l'esempio fondamentale di quella nuova "letteratura televisiva" che caratterizza la peak tv. Dickensiano è il termine più utilizzato – "The Dickensian Aspect" è anche il titolo di un episodio dello show – in riferimento alla struttura corale, di ampio respiro, nel lungo termine, che caratterizza il romanzo d'appendice ottocentesco. Nessun personaggio nella serie appare in tutti gli episodi. Ma lo sguardo di The Wire risente anche del retroterra giornalistico del suo autore, qualcosa che si esprime nell'evitare determinate soluzioni, tipiche invece della tv, come ad esempio il cliffhanger o il flashback.
Negli anni seguenti David Simon avrebbe proseguito la sua collaborazione con la HBO firmando alcune opere imperdibili come Generation Kill, Treme e Show Me a Hero. The Wire non spreca un secondo a disposizione, e non ha bisogno di sottolineare nulla. È essenziale e rigoroso come nessun'altra serie nella storia.