Che effetto ha il tempo sul volto? E che traccia lasciano le mille avventure della gioventù? Per qualcuno sono rughe, per altri un velo di oscurità. Per Bilbo Baggins è l’inquietudine data dall’irrefrenabile e incontrollata voglia di vivere, anche all’età di 111 anni.

Sono gli occhi la chiave per arrivare a scoprire la giovinezza di chi giovane non è, oltre il velo di apparenza del corpo. Lo sapeva bene Ian Holm, attore da poco scomparso che ha interpretato il personaggio sul grande schermo.

Da sempre vicino al mondo di Tolkien (interpretò Frodo Baggins nel radiodramma BBC dedicato al Signore degli Anelli), fu la prima scelta di Peter Jackson. Quella che ora appare una grandissima intuizione di casting, non era affatto scontata. A questo attore molto apprezzato ad Hollywood, ma poco noto al grande pubblico dei film ad alto budget, venne dato il gravoso compito di reggere sulle spalle la prima parte del primo film di una delle opere più colossali mai viste al cinema.

Sono gli occhi la chiave per arrivare a scoprire la giovinezza di chi giovane non è, oltre il velo di apparenza del corpoBilbo è infatti, prologo escluso, il cuore dell’atto di apertura della Compagnia dell’anello. Una parte chiave, di difficile esecuzione, per la sintesi che richiede. Il personaggio servì infatti a impostare un mondo, con i suoi miti, le leggende popolari, l’immaginario, e venne usato da Jackson per delineare il tono dell’intera pellicola. Le emozioni di Bilbo, in questi primi minuti, rispecchiano infatti l’intera evoluzione del tono della saga. Da un’iniziale leggerezza (da commedia fantasy) e vitalità si avverte, con lo scorrere dei minuti, un crescente velo di oscurità che si tramuta nel il peso del tramonto, alle porte della vita.

Holm recita con gli occhi, enormi e apertissimi, come quelli di ogni Hobbit che si rispetti. Attore d’altri tempi, di formazione teatrale, prestato poi al cinema, Holm ha sempre saputo varcare le linee di confine e costruire “personaggi crocevia”, capaci di prendere la strada del dramma e tornare in quella della commedia in pochi istanti. Bilbo ne fu l’apice. Goffo ma sicuro, solitario ma circondato e amato dalla sua comunità. La grandezza dello scritto di Tolkien fu proprio quella di affidare il destino della terra (di mezzo) nelle mani di un piccolo Hobbit qualunque. Fallibile, incoerente, debole, ma sincero, leale e capace di vivere. Bilbo rappresenta, e Ian Holm lo sapeva bene, un’età della vita in cui c’è più tragitto da percorrere guardandosi indietro che continuando in avanti.

L’attore ne ha catturato lo spirito e ci ha aperto le porte della contea esattamente un istante prima della sua “lunga vacanza”.

Una storia finisce, un’altra inizia.

Ed è così, con la nostalgia del passato, ma con tutta l’energia di chi vive nel presente, con gli occhi e le movenze dell’hobbit che Holm mostra la fatica di passare un’eredità gravosa (l’anello), di farsi da parte (la festa), di ritrovare i vecchi amici senza avere però più avventure da condividere (Gandalf).

Ian Holm si muove sul set della contea come se avesse abitato lì per anni. Sbaglia i passi, fatica a maneggiare gli oggetti, ma li raggiunge a colpo sicuro senza guardarli. È incredibile il lavoro fatto per costruire attraverso i gesti e gli oggetti un’intera vita in un luogo. È questa una delle ragioni per cui la pur buona interpretazione di Martin Freeman nel prequel Lo Hobbit non è riuscita a raggiungere la stratificazione del suo predecessore. Il giovane Bilbo scopre se stesso esplorando il mondo, il vecchio esplora il proprio lato oscuro guardando con fatica i beni terreni da cui si allontana.

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Il tema dell’età è una chiave nella costruzione psicologica tanto quanto la statura lo è nella sua portata simbolica del racconto (non serve essere giganti per essere eroi). Ian Holm trasmetteva un’anzianità impalpabile: le rughe segnano l’età, ma gli occhi (ancora una volta) e le parole raccontano un’altra storia.

Come Bilbo racconta le sue avventure ai bambini, cambiando ogni volta qualche particolare per renderle più interessanti, anche Ian Holm sul set del Signore degli Anelli improvvisava e manipolava la sceneggiatura. La leggenda della produzione narra che, ad ogni take, il personaggio acquisiva una sfumatura diversa. Non si rifaceva mai una scena, la si variava sempre. Nonostante molte inquadrature fossero realizzate con Green screen e con l’attore “isolato”, la sua abilità impressionò Ian McKellen.

In un diario tenuto durante la produzione, dopo avere visionato le prime scene, quest’ultimo scrisse: “Bilbo vive e se il resto del cast raggiungerà la performance di Ian Holm sarete pronti per un’esperienza indimenticabile”.

Aveva ragione.

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