Christopher Abbott nel film su Netflix sulla storia di un figlio che eredita la maledizione da suo padre
Analisi del film horror che trasforma il padre in mostro. Cast, trama, streaming e significato del reboot Universal.
C'è qualcosa di profondamente disturbante nell'idea che la persona che dovrebbe proteggerti diventi la minaccia da cui devi fuggire. Wolf Man, il nuovo film horror diretto da Leigh Whannell e disponibile in streaming su Netflix, gioca proprio su questo cortocircuito emotivo: trasforma il padre di famiglia nel mostro che la sua stessa famiglia deve temere. Il film si inserisce nel filone dei reboot del Monsterverse Universal prodotti da Blumhouse. Dopo il successo de L'uomo invisibile del 2020, sempre firmato da Whannell, la casa di produzione torna a rileggere i classici dell'horror in chiave contemporanea. Questa volta nel mirino c'è L'Uomo Lupo del 1941, pietra miliare del cinema fantastico che ha definito l'iconografia della licantropia per generazioni.
Fin qui potrebbe sembrare il classico home invasion horror con un twist mostruoso. Ma Wolf Man prende una piega inaspettata quando Blake inizia a comportarsi in modo inquietante. L'uomo, che dovrebbe essere il baluardo difensivo della famiglia, diventa progressivamente una minaccia. Charlotte si trova così di fronte a una scelta impossibile: proteggere la figlia da ciò che c'è fuori o da ciò che suo marito sta diventando. Christopher Abbott, l'attore che aveva impressionato in Povere Creature di Yorgos Lanthimos, interpreta Blake con una fisicità inquietante. La sua trasformazione non è solo fisica ma anche psicologica, un lento scivolamento verso qualcosa di primordiale e incontrollabile. Di fronte a lui c'è Julia Garner, volto noto al pubblico per il ruolo di Ruth Langmore in Ozark, che qui veste i panni di una madre costretta a decisioni estreme. La giovane Matilda Firth completa il triangolo familiare nel ruolo di Ginger, testimone innocente di un orrore che non può comprendere.
La critica ha accolto il film con opinioni contrastanti. Da un lato si apprezza l'approccio minimalista e la rara asciuttezza narrativa per un prodotto horror contemporaneo. Whannell costruisce la tensione con pochi elementi: tre personaggi, una location principale, una notte. Questa economia di mezzi richiama un cinema quasi perduto, fatto di ambiguità e non detto piuttosto che di jump scare e sangue a profusione. Dall'altro lato, proprio questa scelta stilistica può risultare straniante per chi si aspetta un horror più convenzionale. Il film gioca su una precaria ambiguità tra l'ovvio e l'insolito. I temi sono espliciti fino alla didascalia: la mostruosità ereditaria del patriarcato, l'incapacità generazionale di amare e comunicare correttamente. Ma nei modi, nei tempi e nello stile con cui racconta questa storia, Wolf Man mantiene una ruvidezza quasi sperimentale che lascia molte cose sfocate, irrisolte.