Due sorelle, un re, uno scisma: su Netflix, il duo Portman-Johansson nel dramma che cambiò l'Inghilterra
"L'altra donna del re" su Netflix: il dramma storico con Natalie Portman e Scarlett Johansson sulla rivalità tra le sorelle Boleyn che portò allo scisma anglicano.
Ci sono momenti nella storia in cui le dinamiche private di poche persone finiscono per scardinare equilibri politici e religiosi che sembravano inamovibili. L'Inghilterra del XVI secolo ne è l'esempio perfetto: bastò l'ossessione di un sovrano per un erede maschio, combinata con l'ambizione di una famiglia aristocratica in ascesa, per provocare uno scisma che avrebbe ridisegnato i confini del potere in Europa. Questa vicenda, intrisa di passione, calcolo e tradimento, è al centro de "L'altra donna del re", dramma storico disponibile su Netflix che trasforma le cronache di corte in un racconto viscerale sulla natura del desiderio e del potere.
Diretto nel 2008 da Justin Chadwick, il film si basa sull'omonimo romanzo di Philippa Gregory, scrittrice specializzata nel riportare in vita con libertà narrativa gli intrighi delle dinastie inglesi. Al centro della scena due sorelle che non potrebbero essere più diverse: Maria e Anna Bolena, interpretate rispettivamente da Scarlett Johansson e Natalie Portman. Due attrici all'apice della propria carriera, capaci di incarnare la dicotomia tra spontaneità e calcolo, vulnerabilità e determinazione spietata.
La trama si snoda attorno alla corte di Enrico VIII, interpretato da Eric Bana come un uomo impulsivo, frustrato, ossessionato dall'idea di garantire la continuità della dinastia Tudor attraverso un erede maschio. La moglie Caterina d'Aragona non è riuscita a dargli il figlio tanto desiderato, e questo fallimento biologico si trasforma in una questione di Stato. È in questo contesto che la famiglia Bolena, guidata da un padre ambizioso e da uno zio politicamente scaltro, decide di giocare le proprie carte puntando sul fascino delle due figlie.
Maria viene inizialmente presentata a corte come potenziale amante del re. Dolce, ingenua, poco avvezza ai giochi di potere, si ritrova rapidamente coinvolta in una relazione che non ha cercato ma che la sua famiglia considera un investimento strategico. Scarlett Johansson costruisce un personaggio dalle sfumature delicate, capace di trasmettere il disagio di chi si sente strumento prima che persona. Maria diventa l'amante del re, gli dà persino un figlio, ma resta nell'ombra, priva del titolo e del riconoscimento che potrebbero cambiare davvero le sorti della sua casata.
È qui che entra in scena Anna, sorella maggiore e di tutt'altra tempra. Natalie Portman la interpreta con un'intensità fredda e magnetica, facendone una donna consapevole di ogni grammo del proprio potere e disposta a tutto pur di non essere relegata ai margini. Anna non vuole essere l'amante: vuole essere regina. E per ottenere questo obiettivo è pronta a sfidare la Chiesa cattolica, a manipolare il re, a mettere in secondo piano persino i legami familiari. Il suo fascino non è solo fisico, è intellettuale, strategico. Sa quando avanzare e quando sottrarsi, quando sedurre e quando negare. Enrico VIII, abituato a ottenere ciò che desidera, si ritrova per la prima volta a dover corteggiare, aspettare, negoziare.
Il film non si propone come ricostruzione storica rigorosa. Philippa Gregory stessa ha dichiarato più volte di aver preso libertà narrative rispetto ai fatti documentati, privilegiando la dimensione emotiva e drammatica. Alcuni storici hanno contestato la cronologia degli eventi, il carattere dei personaggi, persino il ruolo reale di Mary Boleyn nella vicenda. Ma questo approccio permette al racconto di concentrarsi su ciò che davvero interessa: il costo umano dell'ambizione, il sacrificio dell'identità sull'altare del potere, la fragilità dei legami affettivi quando vengono piegati agli interessi politici.
La rivalità tra le due sorelle diventa il cuore pulsante della narrazione. Inizialmente unite, seppur diverse, Maria e Anna si trasformano progressivamente in rivali. La competizione non è solo per il re, ma per il controllo della propria vita, per il diritto di scegliere, per la sopravvivenza in un mondo che tratta le donne come pedine su una scacchiera.
La sceneggiatura, affidata a Peter Morgan, lo stesso autore di "The Queen" e "The Crown" (che è pronta a tornare con un sequel), sa dosare tensione emotiva e momenti di respiro. I dialoghi sono taglienti, densi di sottintesi. Ogni conversazione è un duello verbale in cui nulla viene detto esplicitamente ma tutto viene compreso. Morgan eccelle nel mostrare come il linguaggio formale della corte nasconda bramosie, paure, vendette. Le scene tra Anna ed Enrico sono particolarmente efficaci: lei lo provoca, lo sfida, lo tiene a distanza proprio per renderlo dipendente. Lui, abituato a comandare eserciti e nazioni, si ritrova disarmato di fronte a una donna che ha imparato a usare il diniego come arma.
La dimensione storica si intreccia costantemente con quella personale. Lo scisma anglicano, che Enrico VIII provocò per poter divorziare da Caterina d'Aragona e sposare Anna Bolena, non viene raccontato come evento teologico o politico, ma come conseguenza diretta di un capriccio trasformato in ossessione. Il re rompe con Roma, si proclama capo della Chiesa d'Inghilterra, scatena tensioni che dureranno secoli, tutto per poter chiamare "regina" la donna che desidera. È un esempio perfetto di come le grandi svolte della storia nascano spesso da motivazioni sorprendentemente intime.