I Mitchell contro le macchine, la recensione

Non è la storia, non sono i dialoghi e non è lo stile visivo l’arma di punta di I Mitchell contro le macchine ma l’accordo eccezionale di queste tre componenti. Anche nei migliori film Pixar, l’ottima scrittura non è sempre accompagnata da un’inventiva visiva a livello. Lo stile che lo studio ha fondato e che praticamente tutta l’animazione in computer grafica americana (ma anche non) ha copiato dal 1992 ad oggi è una via di mezzo che non crea problemi tra il realismo e il cartoon ma è anche la tomba della parte più folle dell’animazione. I Mitchell contro le macchine invece ha una trama che flirta (alla lontana) con l’anarchia, ha una scrittura dei dialoghi piena di brio e variazioni di ritmo e dimostra di accoppiare a tutto questo idee visive coerenti e anarchiche che mescolano 3D e 2D, colori fluo, grafica da interfaccia utente e disegnetti nel senso più elementare e ingenuo del termine, con anche sorprese ed espressioni nipponiche.

Dietro a tutto c’è lo stile che la Sony Animation aveva iniziato a sperimentare con Spider-man – Un nuovo universo, solo portato un po’ più in avanti e dall’altra parte c’è il mood di scrittura di Phil Lord e Chris Miller che qui producono solo ma la cui impronta è evidente sia nel montaggio che nel ritmo e, in un certo senso, nella costruzione della storia. La componente più intrigante delle sceneggiature di Miller e Lord è il fatto che procedono spesso su un doppio binario, nei loro film eventi e situazioni hanno sempre due significati uno concreto e uno figurato (come in 21 Jump Street in cui un’operazione sotto copertura è gestita con le regole tramite le quali si realizzano i remake).
A dirigere e scrivere questo film però è un’altra coppia, Michael Rianda e Jeff Rowe (già insieme in Gravity Falls), che trasformano una storia comune di famiglia disfunzionale in vacanza che deve riunirsi (come fossimo in un film Dreamworks stile I Croods) nella blanda metafora di come Hollywood racconta le sue storie apocalittiche.

C’è un po’ di passatismo e del suo opposto (mentre i Mitchell viaggiano per portare la primogenita al college l’intelligenza artificiale di una mega tech company cattura tutta la razza umana tranne loro ma poi è con la tecnologia audiovisiva che la protagonista è felice e trova la sua strada e i robot sono la minaccia e la salvezza), ci sono i teneri sentimenti di famiglia e tutto quello che è prevedibile. È lo svolgimento a dare tutto un altro passo a quella che poteva essere una storia ordinaria, e a trasformare ogni occasione in un misto di gag verbali, come fa sempre l’animazione moderna, e gag fisiche come faceva l’animazione tradizionale. In un trionfo di sfondi e grafiche con i colori di moda per gli sfondi e per i loghi delle app, uniti alle sovrimpressioni di adesivi, gattini e faccine da animazione seriale giapponese, i segni espressivi usati da questo film dimostrano almeno di tentare di trovare varietà. E già questo che è solo un tentativo, paga.

Certo non è niente di davvero nuovo I Mitchell contro le macchine, anzi è più convenzionale di quanto non tenti di essere innovativo, e la sua critica al presente pure è meno appuntita di quello che vorrebbe, ma è efficace. Finalmente. La storia di una famiglia disfunzionale nel nostro mondo che finisce per funzionare più della altre durante un’apocalisse è ordinaria, ma la maniera in cui niente ha mai senso e tutto riesce per caso o per idiozia (come la trovata del cane non identificabile dai computer), è un piccolo trionfo della scemenza e del pensiero caotico che non è per niente scontata nell’universo quieto dell’animazione per famiglie (e sulle famiglie).
Lo avevamo capito già con Spider-man ma questo cartone lo ratifica: è la Sony il vero unico possibile rivale della Pixar e lo studio che, si spera, possa arrivare a porsi come contraltare se non proprio come opposto alla Disney, e così variare un po’ il panorama conformista dell’animazione.