2012, il gran visir di tutte le catastrofi
2012 di Roland Emmerich è probabilmente l’apice della sua poetica distruttiva sia in termini letterali sia di buon gusto
2012 è su Netflix
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E pensare che al tempo, nel 2009, c’era preoccupazione nel fandom emmerichiano per questa sua svolta un po’ esoterica. I suoi film avevano sempre distrutto la Terra con l’aiuto della scienza, o di una sua lontana parente venuta per l’occasione a fare supplenza, con l’apice in questo senso rappresentato da L’alba del giorno dopo. 2012, invece, si basava su questa buffa storiella (magari vi ricordate quanto se ne parlò per un certo periodo una quindicina di anni fa) secondo la quale i Maya avevano previsto la fine del mondo per il 21 dicembre 2012, probabilmente perché affascinati dalla simmetria imperfetta della data 21122012. Emmerich avrebbe potuto prendere queste dicerie, infilarci un po’ di archeologia e di vecchi calendari Maya, e creare un disaster movie sostanzialmente fantasy.
Invece Emmerich è uno preciso, uno che ci tiene al suo canone e alle sue regole, e trovò il modo di infilare la scienza anche all’interno del suo film sulla fine del mondo profetizzata da tutte le grandi religioni. E che scienza! L’idea di 2012 è che una serie di tempeste solari particolarmente forti (e previste dai Maya, che così diventano anch’essi, retroattivamente, parte della scienza) cominciano a far bollire la parte solida del mantello terrestre e anche un po’ di crosta; l’endgame è una sorta di rapidissima deriva dei continenti accompagnata da innalzamento altrettanto improvviso del livello dei mari, tsunami devastanti e tutta un’altra serie di gustose catastrofi.
2012 è una macedonia di tutto quello che si può volere da un disaster movie, e nonostante abbia quasi 15 anni è tuttora, anche visivamente, una prepotente dimostrazione di forza. Non che qui e là non spunti qualche effetto invecchiato male – ci mancherebbe! – ma ogni singolo fotogramma è ricolmo di talmente tanta roba che per puro accumulo ci si fa andare bene anche i difetti; e comunque dove non arriva la tecnologia arriva la creatività, che qui Emmerich esprime in maniera modulare e scalabile. Un regista normale metterebbe, in un film del genere, una scena di fuga dall’apocalisse a bordo di un aereo; Emmerich ne mette due, e la seconda è più spettacolare della prima perché usa un aereo più grosso. Le cose si sfasciano prima a livello locale, poi regionale, poi nazionale e così via. È un’escalation continua, e soprattutto priva di tempi morti.
E di fronte a tutta questa abbondanza, come si fa (come fece buona parte della critica all’epoca) a criticare la sceneggiatura perché è inutilmente complicata? Stiamo parlando di un film di due ore e quaranta dentro il quale Emmerich ficca abbastanza materiale e abbastanza storyline da tirarci fuori un’intera serie TV, e che riesce comunque a trovare il tempo per presentare la sua solita famiglia disfunzionale che all’ombra della tragedia imminente trova l’occasione (o la scusa) per fare la pace! È anche un film con un’altissima concentrazione di telefonate rivelatorie e/o condotte con tono urgente e drammatico, altro grande segnale di qualità quando si parla di disaster movie.